Non uccide solo il virus. Il calvario degli altri malati

Gaetano Angellotti,  

Non uccide solo il virus. Il calvario degli altri malati

Vi racconto una storia. Non una favola, come quelle raccontate dal governatore Vincenzo De Luca sulla Sanità in Campania. Una storia vera, fatta di sofferenza, incertezza, preoccupazione, ritardi, scelte incomprensibili e anche di coraggio, abnegazione e dedizione che va oltre il ruolo di medico, infermiere, guardia giurata. Una storia come centinaia e centinaia di altre, c’è da scommetterci. Quelle di chi, anche nell’emergenza Covid, ha bisogno di ricorrere alla sanità pubblica, e non per il virus. Perché il virus uccide, certo. Ma si soffre, e spesso purtroppo si muore, anche per altro. Come per un banale incidente domestico, ad esempio. Una caduta in casa, una probabile frattura. Normalmente, la prima cosa da fare sarebbe chiamare il 118 e correre all’ospedale più vicino.

Il condizionale è d’obbligo, visto che in tempi di emergenza e con le corsie piene di casi conclamati o solo sospetti di Covid, la prudenza è d’obbligo. Anche perché la protagonista di questa storia, oltre agli acciacchi dell’età – poco più di 70 anni – ha alle spalle due interventi oncologici e uno per problemi cardiaci. Quindi? Prima cosa, accertare se la gamba è veramente fratturata: ormai i centri privati mettono a disposizione anche il servizio a domicilio per esami come le radiografie. Pagando, s’intende.

Effettuate le lastre in tarda mattinata, nel pomeriggio i risultati sono pronti: il referto conferma la frattura. Servirebbe un ortopedico per valutare il da farsi, tutti i familiari si attivano per cercare nella cerchia di amici e conoscenti qualcuno che abbia un contatto. Arrivano diversi pareri, tutti concordi: c’è bisogno di un intervento, la paziente va ricoverata e anche presto. In casi del genere – frattura del femore – il fattore tempo conta non poco, può fare la differenza tra un recupero pressoché totale e addirittura la sopravvivenza.

Resta il problema pratico: ok il ricovero, ma dove? Si prova con le cliniche private della zona, molte delle quali effettuano questi tipi di intervento di routine, con buoni risultati. Solitamente. Perché da un po’ di tempo, nella Campania di Vincenzo De Luca, anche le strutture private sono state cooptate nell’affrontare l’emergenza Covid. Come? La Regione ha bloccato le autorizzazioni ad effettuare qualsiasi tipo di prestazione in convenzione con il Servizio Sanitario Regionale – dal semplice esame specialistico agli interventi chirurgici – obbligando le cliniche private ad accogliere i degenti provenienti dai reparti degli ospedali pubblici.

Che vanno svuotati per accogliere, nella maggior parte dei casi, i pazienti affetti da Covid. Una scelta che sulla carta avrebbe dovuto far funzionare un sistema in cui mancano circa 3.000 medici, ma che in concreto si rivela un boomerang. Perché? E’ presto detto: chi non può più scegliere di ricorre alle cure private, anche a pagamento, non ha altre alternative che il pubblico. Vale a dire con una serie di problemi “endemici” che la pandemia – e le scelte strategiche dissennate operate dai politici – non hanno fatto altro che mettere ancora più a nudo, ove mai ve ne fosse stato bisogno. Primo problema: ormai quasi tutte le strutture ospedaliere della provincia sud di Napoli e (di quella nord di Salerno) sono state riconvertite in Covid Center.

In concreto: i Pronto Soccorso possono accogliere in prima battuta, oltre ai casi sospetti di coronavirus, soltanto i cosiddetti codici giallo e codice rosso. Per i quali, tuttavia, il primo problema è di natura precauzionale: senza l’esito negativo del tampone, ovviamente non possono essere smistati nei vari reparti, che in caso contrario potrebbero diventare focolai di contagio. Il problema è che vista l’impennata di nuovi casi e il numero elevatissimo di tamponi da processare, i tempi per ottenere gli esiti sono notevolmente aumentati. In alcuni casi, anche diversi giorni. La storia è lievemente diversa negli ospedali non Covid, tipo quello di Sorrento, dove almeno fino a qualche giorno fa, affluivano gioco forza tutti coloro che non potevano essere accolti altrove.

Così la nostra paziente col femore fratturato, presa in carico dal 118, viene portata all’ospedale di Castellammare: essendo un codice giallo, accede al pronto soccorso, e sta per iniziare la procedura descritta. Ma davanti alla prospettiva di un paio di giorni in barella, in attesa dell’esito del tampone, i parenti decidono di firmare le dimissioni e di portarla a Sorrento. Con un’ambulanza privata, ovviamente. Il tempo di trasferirla da una barella all’altra e si riparte: in 20 minuti l’automezzo arriva davanti alle porte del Santa Maria della Misericordia.

Ma qui c’è un’altra amara sorpresa: il pronto soccorso è chiuso, sono stati riscontrati due casi positivi tra il personale ed è in corso la sanificazione. C’è da aspettare diverse ore, se tutto va bene. Che fare? Ogni ora può fare la differenza: dall’ambulanza l’autista avverte che un collega poco prima ha “sbarellato” al Cardarelli, i posti ci sono. Si riparte, con l’angoscia per le condizioni della propria congiunta moltiplicata in misura esponenziale dal terrore di fare la scelta sbagliata. Di finire dalla padella nella brace. L’ambulanza ripercorre le strade deserte della penisola, l’ora del coprifuoco è passata da un pezzo, non c’è un’anima viva. Di fatto il lockdown c’è già, ad imporlo più che i Dpcm del governo è la paura della gente.

L’arrivo al Cardarelli apre uno scenario da telefilm americano: medici e infermieri corrono avanti e indietro cercando di dare conforto, oltre che seguire, decine e decine di persone contemporaneamente. Ed è solo il pre-triage. Quello che succede all’interno, si può solo immaginare. Ovviamente nessuno può accedervi, oltre al personale in tenuta anti-Covid e ai pazienti, una volta ottenuto l’esito del test sierologico (meno di 10 minuti in tutto).

La paziente viene finalmente “sbarellata” dall’ambulanza, stavolta definitivamente. Entra nel pronto soccorso dell’ospedale più grande del mezzogiorno, alle prese con un’emergenza senza precedenti. Affrontata dagli operatori al meglio delle proprie capacità e ben oltre i propri limiti. Anche le guardie giurate fanno il possibile e l’impossible per dare una mano, come possono. Cercando di colmare quella barriera invisibile che si viene a creare nel momento in cui lei “è dentro” e tutti i suoi cari, gioco forza, devono restare “fuori”. Vengono consegnati pochi effetti personali: un cambio, la lista delle medicine che prende abitualmente, alcuni esami clinici recenti, i numeri di telefono da contattare. E’ l’unico canale di comunicazione. «State tranquilli, vi chiamiamo noi» avvisano.

Il giorno dopo la telefonata arriva: «Senta, sua madre qui in Pronto Soccorso non si trova…ma che pigiama indossava?».

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