Il racconto straziante dell’infermiere: “Ho visto morire anche due persone al giorno”

Salvatore Piro,  

Il racconto straziante dell’infermiere: “Ho visto morire anche due persone al giorno”

Pompei. “Ho visto morire anche due persone al giorno. La cosa orribile è preparare i corpi per la cremazione. Chi muore di coronavirus, oltre a spegnersi in completa solitudine, nemmeno un familiare che ti tenga stretto per la mano mentre stai lasciando questa Terra, va prima bendato, quasi fosse una mummia. E, subito dopo, rinchiuso in un doppio sacco nero. Ho visto cose che non auguro a nessuno. Le persone, ancora oggi, non si rendono conto della disperazione che il virus sta provocando”. E’ il racconto, straziante e doloroso, di chi ogni giorno è in prima linea: a combattere in trincea, nella corsia di un pronto soccorso ormai al collasso, o di un ospedale senza più uno “straccio” di letto libero, contro la feroce pandemia, il Covid-19. “La fame d’aria che d’improvviso assale gli ammalati. Tu, nel frattempo, sei fermo. Impotente”. A raccontarsi per Metropolis è un infermiere di Pompei: Adolfo Cinquemani, 43 anni, dallo scorso marzo in prima linea contro il maledetto virus. Oggi, Adolfo lavora al pronto soccorso dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, dove i vertici del presidio sanitario hanno chiesto alla centrale operativa del 118 di bloccare, momentaneamente, l’invio delle ambulanze che trasportano gli infetti. Il motivo? E’ sempre Adolfo, uno dei tanti “angeli” del Covid, a spiegarlo: “La seconda ondata è peggio della prima, siamo con l’acqua alla gola. Non abbiamo più posti letto. In un solo giorno, fuori al pronto soccorso di Nocera, possono arrivare anche 3 ambulanze con persone contagiate: dobbiamo bloccarle, dentro non c’è posto. Noi infermieri pratichiamo una prima terapia all’interno dell’ambulanza. Poi c’è solo da attendere e da sperare. Sperare che un ospedale, in Campania, abbia almeno un posto disponibile”. Un orrore, se possibile ancora più cruento, Adolfo lo ha vissuto sulla propria pelle all’ospedale di Scafati: un Covid center dove l’infermiere ha lavorato per due mesi, durante la prima ondata del contagio, da marzo fino a giugno. “E’ stato orribile. A Scafati, ho visto morire i pazienti soli, i ‘senza nessuno’. Ero io a preparare il doppio sacco nero per il loro ultimo viaggio. Dentro di me ho provato solo un’infinita tristezza, non paura. E’ questo il mio lavoro”. La paura, Adolfo la prova solamente per mamma e papà: “Vivo a casa con loro. Io faccio un tampone ogni 15 giorni, ma devo proteggerli. Una volta tornato a casa dal turno in ospedale, mi spoglio fuori e faccio una doccia. Poi mi chiudo in camera. Non dò più baci e carezze ai miei genitori. Non chiedetemi da quanto tempo. Non lo so più nemmeno io”.

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