L’odissea di Ostrifate: “Un mese col Covid, ho guardato la morte negli occhi”

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L’odissea di Ostrifate: “Un mese col Covid, ho guardato la morte negli occhi”

“Vi racconto il mio Covid”. Inizia così il lungo viaggio di Rodolfo Ostrifate, avvocato, ex consigliere comunale del Pd a Castellammare, ricoverato al Covid H di Boscotrecase. E’ un percorso di dolore, paura e sofferenza. Di incubi, angosce e timore di non farcela. Lo affida al web mettendo insieme tutto. La fatica fisica, il virus che lo aggredisce, la paura di non poter rivedere sua moglie e suo figlio, l’aiuto dei medici, le disorganizzazioni sanitarie. “Il 21 ottobre effettuo il tampone, privatamente, sentivo un senso di spossatezza e avvertivo dolori in tutto il corpo. La risposta è arrivata in giornata, “positivo”. “Va bene”, mi dico, “piano piano risolvo”.Per tre giorni Rodolfo Ostrifate combatte contro i sintomi terribili del mostro chiamato coronavirus. “Alla terza di queste notti di dolori e deliri, ormai esausto, ho deciso di chiamare 118, che sì, è arrivato alle 10 del mattino, dopo appena sei ore e, solo dopo che mia sorella, presa dalla disperazione, si è rivolta ai carabinieri”. Ma nonostante la situazione fosse grave, l’avvocato stabiese viene curato a casa. Due giorni di deliri, poi un’altra chiamata al 118. “Un “déjà vu”, stessa storia, mi sento ripetere:” manca poco, se peggiori un altro po’ ti ricoveriamo”. Due giorni di febbre alta, dolori che impediscono anche i minimi movimenti e l’ex consigliere comunale ci riprova. “Non ricordo neanche la notte trascorsa, la mattina ho richiamato il 118, per puro caso (forse è stata la mia salvezza) mi risponde un “ciceroniano” (abitante del quartiere dove ho vissuto da quando sono nato), che come sente il mio nome, si attiva immediatamente e mi manda un ambulanza che, addirittura da Poggiomarino, arriva in soli 10 minuti”. Anche in quel caso, come da direttive dell’Asl, il personale non vuole ricoverarlo. Dopo uno sfogo di rabbia il medico si decide: “Mi dice “aspetteremo fuori “, lo guardo e con un filo di voce rispondo: “ok andiamo”. Finalmente arriviamo, siamo i secondi, “che c…” mi dico” tra poco sarà il mio turno”. Dalle 9,00 resto in attesa in ambulanza fino alle 17,00” Solo a quel punto il paziente entra nel reparto di preintensiva, allestito d’urgenza al San Leonardo, uno stanzone con 7 posti ancora vuoti, con monitor fili tubi. “Tempo 20 minuti si riempie, tre anziani, due uomini di mezza età, io e un ragazzo di 30 anni” racconta Ostrifate. Li trascorre diversi giorni. Quando arriva il primario del reparto, cambia la musica: “In un’ora attrezza tutti i pazienti con ventilatori e terapie, dai monitor si abbassano gli allarmi, che tutta la notte avevano suonato a più non posso.Subito dopo la terapia inizio a sentirmi un po’ meglio e mi guado intorno, penso di essere fortunato, … trascorrono soli dieci minuti e il paziente della 4 ci lascia” racconta. La morte vista da vicino, il dolore di chi lascia da solo e senza umanità questo mondo.“Quindi sono grave anche io?” penso, accendo il cellulare, sento le mie sorelle che sono fuori ai cancelli, mia moglie e penso, penso, “me fann salutà, e peggio ancora “o criatur!”. Per superare questi momenti c’è solo un modo: i ricordi. “Mi rifugio nei ricordi, avverto la presenza di mamma e papa mamma accanto al mio letto che vegliano su di me tutta la notte”. La febbre non scende, anzi. Ostrifate è ancora sulla barella. “Immediatamente mi mettono sotto ventilazione forzata con maschera, casco, faccio fatica a capire cosa succede intorno a me”. Gli viene fatta la Tac. Quindi dalla barella viene spostato in un letto. “Polmonite bilaterale acuta”, con la febbre che sale a 40” l’amaro responso. “La maschera mi tirava in viso, mi spingeva il mento, ma ho resistito. La giornata e passata così, immobile…, tra mille pensieri”. Di fronte a lui una paziente anziana. “Carolina mi guarda fisso…, mi stende la mano alla ricerca di aiuto…, di un contatto le faccio una foto, forse per non dimenticare tutto questo se Dio vorrà che io ne esca, forse perché guardandola riuscirò a capire cosa mi vuole dire”. La situazione non migliora. Così Ostrifate viene trasferito a Boscotrecase. “Tempo mezz’ora, arriva quella maledetta barella contenitiva, mi ci infilano dentro”. Lì viene sottoposto a una cura d’urto. “Mi infilano una nuova maschera, questa pompa, pompa maledettamente. Per i malati di Covid non esiste il tempo, la notte e il giorno sembrano fondersi in un unico e continuo ripetersi di eventi, controlli, terapie”. I medici lo tengono sotto controllo: “Adesso facciamo 4 ore a pancia in giù. All’arrivo dei dottori mi sento meglio, molto meglio”. Le cose vanno meglio dopo 28 giorni. Negativo ma ancora bisognoso di cure: “Tutto così un piccolo passo alla volta fino a casa da Nanni, Mara, dalle mie sorelle, dalla mia famiglia”.

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