Il piano dei D’Alessandro: 200 milioni al giudice per comprare l’assoluzione del boss

Ciro Formisano,  

Il piano dei D’Alessandro: 200 milioni al giudice per comprare l’assoluzione del boss

Una tangente da 200 milioni di lire degli anni ‘90. Una montagna di quattrini che dovevano servire per corrompere un giudice e comprare così la libertà di Michele D’Alessandro, il padrino defunto che per decenni è stato alla guida del clan di Castellammare di Stabia. E’ l’incredibile retroscena  venuto fuori, ieri mattina, dall’ultima udienza di “Sigfrido”, il processo infinito alla camorra stabiese che da vent’anni si trascina nelle aule di tribunale. Una dozzina di imputati alla sbarra, tra cui anche Pasquale D’Alessandro, figlio di Michele. E poi un piccolo esercito di collaboratori di giustizia che a fine anni ‘90 aprirono un primo squarcio nel muro di omertà che ancora oggi protegge una delle cosche più potenti e spietate del panorama criminale campano. Pentiti come Gennaro Avella, collaboratore di giustizia un tempo vicino ai boss di Scanzano che da ventitré anni vive un’altra vita. Per la precisione dal 1998, quando ha deciso di pentirsi voltando le spalle alla camorra. E’ stato lui, collegato in videoconferenza da una località segreta, a raccontare ai giudici del tribunale di Torre Annunziata l’incredibile piano per far uscire dal carcere il padrino fondatore della cosca.Avella, rispondendo alle domande del pubblico ministero dell’Antimafia, Giuseppe Cimmarotta, ha raccontato che a fine anni 80 fu organizzata una riunione tra coloro che all’epoca fungevano da reggenti dell’organizzazione. Incontro nel quale venne discussa la necessità di raccogliere soldi che sarebbero serviti per corrompere un giudice della Corte di Cassazione chiamato a giudicare, appunto, Michele D’Alessandro. I soldi erano il prezzo che la cosca avrebbe dovuto pagare per comprare la libertà del padrino. In quegli anni Castellammare era lacerata dagli ultimi rigurgiti della guerra tra cutoliani e Nuova Famiglia. Ma il piano del clan non andò a buon fine. Al punto che le indagini aperte in seguito alle dichiarazioni di Avella e di altri pentiti su questo tema, si sono arenate nella ricerca di riscontri oggettivi. Le prove di quella tangente non ci sono e non ci fu nemmeno la famosa assoluzione. Ciò che resta però sono le parole, i retroscena raccontati in aula da un pentito “bollato” come attendibile dai tribunali di mezza Italia.

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