Incoronazione e fuga. Storia del re soffocato dal troppo amore

Raffaele Schettino,  

Incoronazione e fuga. Storia del re soffocato dal troppo amore

In ogni storia ci sono nomi, date e fatti inchiodati al muro della memoria. In quella di Diego c’è anche un acronimo, e si tramanda di padre in figlio.

Si scrive Ma.Gi.Ca. E nacque per caso.

«Il Napoli aveva vinto contro l’Ascoli coi gol di Maradona, Giordano e Carnevale. Infilai l’acronimo nel pezzo e il mio caposervizio, Giorgio Giovazzi, fece il resto. La Gazzetta titolò: “Napoli, è la formula Ma.Gi.Ca”. L’anno dopo arrivò Careca e l’acronimo iniziò a funzionare anche meglio».Francesco Rasulo è uno dei giornalisti che seguiva e inseguiva Dios. Ovunque.

Un cantore dell’epopea.

«Tutti conoscono il Maradona divino in campo, pochi, invece, hanno conosciuto la sua fragilità. Diego era generoso, donava ciò che aveva, soffriva per la povertà dei bambini».

Com’era Dios senza gli scarpini chiodati e il mantello azzurro?

«Non era un super-eroe. Era ostaggio della logica del clan, assediata da persone interessate e falsi amici pronti a sfruttare quella miniera d’oro. Ricordo un tale Osvaldo, per esempio, un regista argentino al suo seguito. Un giorno portò via la cassaforte con soldi e gioielli dalla casa di via Scipione Capece e nessuno lo vide più.

Nemmeno Diego, ovviamente.

«La sfortuna di Maradona è stata quella di non avere amici veri».

Maradona e Napoli, cosa sarebbero stati l’uno senza l’altra?

«Napoli senza Diego non avrebbe mai vinto lo scudetto, Maradona senza Napoli avrebbe avuto una storia meno epica. La verità è che Napoli l’ha reso un re ma l’ha anche soffocato arrivando a negargli un’esistenza normale».

Troppo amore, quasi da impazzire.

«A Diego è sempre mancata la normalità. Fin dal primo giorno. Una volta scese nella hall del Turin Palace la mattina di un Juve-Napoli prima dell’86. Ci chiese di non seguirlo fuori. Tornò dopo un quarto d’ora con un dopobarba nella bustina. Ci disse: “Non è possibile che non mi hanno riconosciuto”. Era felice e triste al tempo stesso. Lui voleva la tranquillità ma amava essere adorato come una divinità».

Senza Napoli sarebbe stato lo stesso Maradona?

«Forse avrebbe vissuto meglio ma certamente sarebbe stato uno dei tanti.  A Torino, per esempio, non c’è un attaccamento così viscerale con Platini. In ogni caso Maradona e Napoli è un matrimonio irripetibile».

Vuol dire che oggi Maradona non sarebbe mai arrivato a Napoli?

«Proprio così. Oggi il calcio è business, non c’è più spazio per le favole. Pensateci: quell’anno Maradona era il 10 di un Barcellona pieno di campioni eppure scelse Napoli, una squadra provinciale che galleggiava a metà classifica in serie A. Insomma, oggi Messi non accetterebbe mai il Sassuolo».

Quell’estate, invece, Diego scelse Napoli e Napoli lo accolse come un re…

«Già, ma la favola della corona aveva effetti benefici soltanto in campo. Napoli si rivelò una piazza ancora più dura di Barcellona. E i fatti lo raccontano: Maradona arriva il 5 luglio dell’84 osannato da 80mila tifosi ma scappa via di nascosto, come un ladro, una notte di marzo del 1991».

In quei sei anni, però, nacque una leggenda.

«Napoli ha dato un fascino particolare all’ascesa di Maradona, ma è innegabile che la consacrazione nell’Olimpo è arrivata nel 1986. Il calcio è pieno di campioni genio e sregolatezza, Diego è stato unico perché in quel mondiale ha spiegato il calcio al mondo. Perché ha vinto da solo, con una squadra scadente eccezion fatta per Valdano. Quell’estate anche mio padre capitolò. Mi disse: “Mi sono convinto, questo è più forte di Pelé”».

Ci andò vicino anche 4 anni dopo.

«Allora parlò di mafia della Fifa quando perse la finale, la verità è che arrivò a un passo dalla coppa guidando una nazionale di disoccupati. L’unico contrattualizzato era Burruchaga nella serie B francese».

Lei era lì a raccontarlo?

«Seguii Italia ‘90 da inviato al seguito dell’Argentina e parlavo spesso con Diego. Non è vero che il San Paolo tifò per lui in semifinale, lui riuscì semplicemente a non avere un clima avverso. Non era molto colto, Maradona, però era intelligente e alla vigilia del match seppe mettere l’accento sulle divisioni del nostro Paese. Nord contro Sud»Diego sul tetto del mondo. Diego nella polvere.

Tutto in pochi anni.

«I primi segnali arrivarono nel 1988. Diego sentì la necessità di disintossicarsi e si rifugiò a Merano, nella clinica del dottor Chenot».

E lì le concesse un’intervista esclusiva.

«Scartò Minà, perché erano troppo amici e non sarebbe stato credibile, scartò quelli che lui considerava ostili e quelli che con lui avevano condiviso qualche colpo di testa. Mi stimava e io lo rispettavo, allora mi chiese un incontro attraverso una persona del suo staff. Parlò della cocaina e delle frequentazioni a casa dei Giuliano. Quel giorno ebbi l’impressione che mi raccontasse e si raccontasse molte bugie. Era la sua verità, ma forse non ci credeva nemmeno lui».

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