La crisi dei rider di Pompei: «Delivery in calo, siamo in bilico»

Salvatore Piro,  

La crisi dei rider di Pompei: «Delivery in calo, siamo in bilico»

«Il secondo lockdown non è come il primo. Anche noi rider, gli eroi della prima ondata, ora siamo colpiti dalla crisi». Meno soldi in tasca alle famiglie, più ristoranti chiusi. Per non parlare dei pizzaioli, che anche al centro commerciale La Cartiera di Pompei hanno preferito abbassare la serranda, piuttosto che lavorare solo con l’asporto e col delivery. A pagare la devastante crisi dei consumi, oltre agli imprenditori, sono stati Kevin, Aldo, Raffaele e Ciro: tutti giovanissimi, hanno dai 19 ai 28 anni. Oggi sono al servizio di Uber Eats, il colosso americano la cui filiale italiana Uber Italy, lo scorso 29 maggio, è stata commissariata dal Tribunale di Milano con l’accusa di caporalato per lo sfruttamento dei rider addetti alle consegne di cibo nelle case degli italiani, la loro storia racconta soprattutto due cose. La prima è che gli ordini per l’asporto, ora, sono drasticamente calati: è il sintomo di una crisi dilagante. «Riceviamo meno chiamate per le consegne», dice su tutti Kevin, 25enne fotografo che ogni mattina, alle 9 in punto, in sella al proprio scooter lascia la sua città, Pagani, per raggiungere il centro commerciale di Pompei. Circa 30 chilometri, con spese totalmente a carico, percorsi quotidianamente per guadagnare in media 10 euro l’ora garantiti da un compenso fisso da 2,50 euro per chiamata e l’aggiunta di 5 centesimi per ogni minuto d’attesa perso fuori al ristorante convenzionato con Uber. «La situazione è molto diversa rispetto al primo lockdown» aggiunge Raffaele, che ha 28 anni, è temporaneamente disoccupato e proviene da Castellammare «perché in aggiunta alla crisi dei consumi delle famiglie campane, adesso c’è la resa degli imprenditori». In pratica, i rider del centro commerciale di Pompei, durante l’iniziale lockdown, lavoravano a cottimo – alcuni con partita Iva, altri contrattualizzati come lavoratori occasionali – a vantaggio di un’area bar e “food” che qui contava ben 8 negozi. «Adesso, noi rider di Uber, a Pompei, lavoriamo esclusivamente per McDonald’s e KFC» svela Ciro, 19enne universitario di Scafati, il più giovane del gruppo. «I restanti imprenditori dell’area food, al contrario di quanto successo a marzo, hanno preferito chiudere. In molti, quasi tutti, qui al centro commerciale di Pompei hanno pensato che il gioco non valesse la candela». La seconda cosa che la storia dei 4 rider sembra voler raccontare è l’importanza – oggi suona davvero come anacronistico – ancora rivestita dagli scioperi e dalle rivendicazioni sindacali. «Il nostro compenso è stato migliorato dopo lo sciopero nazionale dello scorso 30 ottobre», raccontano. Prima dello sciopero sociale – andato in scena in 16 piazze italiane, compresa Napoli, contro l’accordo “capestro” sottoscritto da Assodelivery e Ugl al quale tutti avrebbero dovuto adeguarsi pena il licenziamento – Kevin, Aldo, Raffaele e Ciro venivano pagati dal colosso Uber la miseria di 2,70 euro lordi ogni 10 km di strada percorsi. «Dopo lo sciopero, la tariffa è stata adeguata. Ora abbiamo un fisso», concludono. Ma la “guerra dei rider”, secondo i sindacati, al momento si è conclusa solo con un armistizio.

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