Batti, la holding dello spaccio: condanne per 168 anni. Esclusa l’aggravante mafiosa

Salvatore Piro e Andrea Ripa,  

Batti, la holding dello spaccio: condanne per 168 anni. Esclusa l’aggravante mafiosa

Ventuno condanne per 168 anni complessivi di galera. Ma, secondo i giudici, i Batti «non sono un nuovo clan mafioso» sorto all’ombra del Vesuvio. La “mazzata” voluta in abbreviato dalla Dda di Napoli, al netto di 4 assoluzioni, c’è stata. Comunque. Ma la sentenza che ha chiuso il processo di primo grado contro 25 imputati, finiti alla sbarra perché a vario titolo considerati come colonnelli, gregari e “sudditi” al soldo di Alfredo Batti, il leader della nuova, temuta, feroce, ma soltanto presunta nuova cosca della camorra vesuviana, ieri ha regalato un vero e proprio colpo di scena: esclusa infatti l’aggravante speciale di aver trafficato droga «per agevolare l’attività di un’associazione mafiosa». I circa due secoli di carcere inflitti ieri in tribunale, invece, raccontano di un’associazione a delinquere comunque spietata, dedita al narcotraffico e disposta quasi a tutto, anche alla detenzione illecita di micidiali armi da fuoco per ingrossare gli affari sporchi dei “milanesi”. In questo modo sono infatti conosciuti a San Giuseppe Vesuviano e Terzigno, le due roccaforti della nuova famiglia criminale, i fratelli Batti. Ovvero Luigi, Alan Cristian e Alfredo, tutti nati a Milano, considerati gli eredi del capostipite Salvatore Batti, quest’ultimo legato un tempo alla Nco di Raffaele Cutolo. Secondo gli inquirenti, il leader della nuova e feroce famiglia criminale era Alfredo Batti. Per lui, difeso dai legali Gennaro De Gennaro e Antonio Del Vecchio, è arrivata una condanna a 20 anni di carcere con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Una pena esemplare, la massima possibile. Ai suoi fratelli Luigi e Alan Cristian Batti, invece, sarebbe stato demandato il controllo delle illecite attività di spaccio a Ottaviano e a San Giuseppe. Luigi Batti, difeso dagli avvocati Luca Capasso e Antonio Tomeo, ha incassato una condanna a 11 anni e 9 mesi; Alan Cristian Batti, il terzo tra i fratelli “milanesi”, difeso dall’avvocato Giuseppe Perfetto, è stato condannato alla pena di 10 anni e 5 mesi. Pena severa anche per Michele Tufano, 9 anni e 10 mesi, tra i responsabili di una piazza di spaccio a Ottaviano. Il suo «braccio destro», Felice Sabbatino – difeso dall’avvocato Saverio Salierno – invece, è stato assolto dai giudici. Gli è stato riconosciuto un ruolo marginale di tutta la maxi inchiesta per smantellare la holding dello spaccio all’ombra del Vesuvio. Pene lievi, rispetto alle richieste, anche per Mario Cutolo, difeso dall’avvocato Maddalena Nappo, che ha incassato 2 anni e 8 mesi a dispetto dei 4 chiesti dai Pm e per Salvatore Di Matola, difeso dall’avvocato Tommaso Annunziata, che ha ottenuto una pena di 4 anni di carcere rispetto agli 8 chiesti. Tuttavia, a dispetto dell’esclusione dell’aggravante mafiosa, restano le pene esemplari emesse nei confronti dei “colonnelli” di una delle famiglie più spietate nell’ambito criminale, capace di costruire un giro d’affari sullo smercio di droga tra i comuni di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno. Nata a partire dal 2008, all’ombra del clan Fabbrocino, ma presto capace di imporsi nel mercato dello smercio al dettaglio degli stupefacenti. Un giro di affari sporchi, legati ai carichi di droga importati dall’estero e alle estorsioni ai danni degli imprenditori. Un presunto business illecito ricostruito dalla Dda napoletana e dal nucleo investigativo della compagnia di Torre Annunziata, che il 14 maggio di un anno fa eseguirono 11 ordinanze di custodia cautelare su ordine del gip di Napoli. Alla sbarra sono finite in totale 29 persone (in 4 hanno però scelto il rito ordinario a processo, ndr). L’inchiesta ha preso spunto dai tentati omicidi di Luigi Avino e di Mario Nunzio Fabbrocini, avvenuti nel 2013 a Terzigno e a San Giuseppe Vesuviano, aree tradizionalmente controllate dal clan Fabbrocino. Secondo gli inquirenti era chiaro che fosse in atto un’alterazione degli equilibri criminali sul territorio. E in merito le confessioni di alcuni collaboratori di giustizia avevano rivelato che, già nel 2008, i Batti erano stati autorizzati dai Fabbrocino a spacciare stupefacenti nella città di San Giuseppe, dietro il versamento di una parte dei proventi allo stesso clan. L’avvio delle indagini ha rivelato che il nuovo gruppo dei Batti avrebbe infine guadagnato e in poco tempo maggiori spazi di operatività criminale nella zona vesuviana.

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