Torre: il consiglio comunale sulle mazzette nell’aula dedicata a Siani. Il passato ritorna. Sindaco in lacrime

Raffaele Schettino,  

Torre: il consiglio comunale sulle mazzette nell’aula dedicata a Siani. Il passato ritorna. Sindaco in lacrime

Incubo Tangentopoli a Torre Annunziata, Ariano confessa: spunta un altro complice
Mazzette a Torre Annunziata, giunta azzerata. Incubo Tangentopoli e guerra nel Pd
Consiglio comunale a Torre Annunziata, il sindaco «Giunta azzerata per riportare la serenità al Comune»

Il consiglio comunale di Torre Annunziata è un pugno nello stomaco fin dalle premesse. Si discute dell’arresto del capo dell’ufficio tecnico beccato con una mazzetta di 10mila euro in tasca in un’aula dedicata alla memoria di Giancarlo Siani. Basterebbe questo a sintetizzare il momento più imbarazzante della politica torrese. Sono trascorsi 35 anni dal massacro di Giancarlo e gli spettri che lui raccontava sembrano essere ripiombati nefasti e inquietanti nelle stanze del Palazzo. Proprio come allora, all’alba della tangentopoli oplontina.

Il sindaco Vincenzo Ascione trema di rabbia e di paura. Si alza e prende fiato per recitare la sua parte. «Ho azzerato la giunta per ridare serenità alla maggioranza». Dice poco altro, poi si risiede. Sa che è una giustificazione di maniera. Sa che ha dovuto farlo. E lo sanno tutti.

Qualche giorno fa, per commentare l’arresto dell’ingegnere Nunzio Ariano, aveva citato la Questione morale scomodando Berlinguer, e adesso che mostra tutta la sua angoscia assieme a un viso pallido che non promette nulla di buono, si percepisce nettamente che tante certezze non le ha.

Del resto, non si azzera una giunta, tra l’altro fresca di rimpasto, per ridare serenità politica. Semmai si fa il contrario: la si conferma con forza nella speranza di tenere la barra diritta mentre la tempesta ti arriva addosso. La logica vorrebbe questo, a meno che non si hanno dubbi atroci e indicibili.

E i dubbi ci sono. Come ha riportato Metropolis, l’ingegnere Nunzio Ariano, rinchiuso in una cella di Poggioreale, ha pianto, ha ammesso le sue colpe, ha detto di aver commesso una “cavolata”, anche se ha giurato di non avere complici. E’ la sua versione, ovviamente, e contrasta con le indicazioni che arrivano da un’indagine appena decollata. In ogni caso, una tangente non è una cavolata. Una tangente è una condanna per se stessi e per il sistema che si rappresenta. Sì, perché il capo dell’ufficio tecnico è un funzionario di primo piano della macchina amministrativa, non agisce da solo, ed è scelto dal sindaco, e dalla sua giunta ovviamente, sulla base di un rapporto fiduciario.

Vincenzo Ascione sa di avere un futuro politico nero davanti. Sa di essere sull’orlo di un precipizio. La città lo ha già condannato moralmente con un fiume di post, e il secondo mandato, che si era appena garantito con un rimpasto chiarificatore e una maggioranza rimodulata con il sostegno dell’ex sindaco Starita e dell’ex cordinatore del centrosinistra Ricciardi, è praticamente sfumato. Sa che pagherà il conto più salato, sa che passerà alla storia perché sotto la sua gestione i fantasmi della corruzione sono tornati a danzare nei corridoi del Palazzo.

Glielo rinfaccia il consigliere Pierpaolo Telese, che come lui ha esordito in consiglio comunale negli anni della “nuova primavera” politica, quella cioè della “stagione dei sindaci”, del post tangentopoli (una storia che aspetta ancora di essere scritta per intero al di là delle inchieste chiuse, abortite o archiviate). Era il 1995 e all’improvviso sembra oggi. «Caro sindaco», gli dice. «Lei oggi parla nuovamente di fiducia e responsabilità, ma dimentica che sono gli stessi termini che ha usato qualche mese fa per dare forza alla giunta che ha appena azzerato e ai dirigenti della sua macchina amministrativa». Nunzio Ariano compreso.

Ascione ascolta. Accenna un applauso di pentimento. Piange. Intanto prova ad immaginare un futuro politico che non c’è. Per manifesta inadeguatezza, nel migliore dei casi. Perché l’uragano dell’inchiesta potrebbe spazzare via tutto, nel peggiore. Si tormenta, ascolta le accuse dell’opposizione, annuisce anche quando gli esponenti dell’Udc gli rinfacciano il motivo della loro fuoriuscita dalla maggioranza. «Siamo andati via perché lei non ha mosso un dito quando parlavamo di gestione arrogante, e i fatti ci hanno dato ragione, purtroppo». Anche questa è una verità che fa male. Ed è una bordata al vicesindaco Luigi Ammendola.

Il sindaco subisce, la maggioranza resta in silenzio. Prima che iniziasse il consiglio qualcuno ha sussurrato: «Meno parliamo, meglio è». Niente di nuovo, in realtà sono tre anni che parlano poco, se non a gesti e per alzate di mano. Restano zitti mentre si sentono suonare le campane in lontananza come fossero la colonna sonora di un 2020 maledetto e funesto. Qualcuno è convinto che passerà tutto, e tutto sarà dimenticato. Ma non la pensano così quelli della fronda contestatrice del Pd che minacciano una battaglia senza esclusione di colpi.

A proposito, prima dell’inizio del consiglio era arrivata un’altra notizia incomprensibile, di quelle altamente sconsigliate in piena bufera e se si ha la certezza di avere mani pulite e coscienza a posto. La segreteria cittadina del Pd è stata commissariata, anche in questo caso, dicono i vertici provinciali e regionali, Marco Sarracino e Leo Annunziata, per dare «serenità» al sindaco e alla sua amministrazione. La verità è che a Napoli sono terrorizzati dallo scandalo, e non accettano la posizione del segretario cittadino e della fronda degli oppositori dem che inchiodano Ascione alle sue responsabilità politiche, amministrative e gestionali.

E mentre tutto corolla attorno Napoli non ha trovato di meglio che affidare il partito torrese nelle mani di Paolo Persico, un ligio burocrate di partito buono per tutte le stagioni premiato per aver fallito la mediazione tra i dissidenti fedelissimi del sindaco e gli oppositori arroccati sulle posizioni del segretario cittadino Francesco Savarese. Un uomo della Restaurazione al quale è stato chiesto di tracciare un futuro che, evidentemente, dovrà assomigliare al vecchio.

Intanto il consiglio si spegne tra polemiche e accuse e l’aula resta vuota. Il sindaco si porta via il suo viso pallido e le sue paure, la maggioranza il suo silenzio assordante. Guardando la targa dedicata a Giancarlo Siani nell’aula consiliare di Torre Annunziata un brivido corre lungo la schiena. Dalla sua morte non è cambiato molto. Il futuro è ancora più cupo. Senza alternative. Senza idee. Senza soluzioni rivoluzionarie. E Torre Annunziata rantola.

 

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