La balena nel golfo, l’istituto zooprofilattico: «Mare da tutelare, si risveglino le coscienze»

Salvatore Dare,  

La balena nel golfo, l’istituto zooprofilattico: «Mare da tutelare, si risveglino le coscienze»

«Effettuare gli accertamenti sulla carcassa della balena è stato un lavoro molto impegnativo e delicato. Un lavoro che non è affatto terminato con la necroscopia. Contiamo di poter giungere a conclusioni molto più precise e dettagliate nel corso dei prossimi tempi. In ogni caso, l’auspicio è anche che ciò che è accaduto possa incentivare tutti a riscoprire un sentimento di tutela e rispetto del nostro mare che è alla base del vivere civile». Il dottore Fabio Di Nocera è uno dei professionisti dell’istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno di Portici che, notte e giorno, ha seguito in prima linea l’autopsia sulla balenottera rinvenuta al porto di Sorrento la scorsa settimana. Aldilà del valore simbolico del ritrovamento – si punta a musealizzare lo scheletro e donare un osso a Sant’Antonino, patrono della città del Tasso, grazie anche all’intervento dell’amministrazione comunale – resta alta l’attenzione degli esperti che intendono chiarire i contorni della morte della balena comune, che con i suoi 19,7 metri è la più grande mai apparso in Europa.

Qual è stata la causa che ha portato la balenottera a raggiungere il porto?

«Per ora è difficile azzardare delle ipotesi certe. Basti pensare che non abbiamo potuto recuperare notizie circa l’anamnesi ambientale. E poi va chiarito che il nostro intervento di indagine è legato anche alle condizioni della carcassa, che non erano decisamente buone. Così come prescrive un decreto dirigenziale regionale che agisce sugli spiaggiamenti dei grossi cetacei, come ente, non dobbiamo soddisfare soltanto esigenze di carattere sanitario. Dobbiamo focalizzare l’attenzione in un quadro molto più ampio considerando pure necessità dettate dall’impegno di difendere la fauna marina. E’ stata creata una rete degli istituti zooprofilattici e ci coordiniamo anche con il Cert. Vediamo, stiamo lavorando sodo e intendiamo recuperare quante più informazioni è possibile».

Quindi non si può neppure fornire la causa del decesso.

«Ora non c’è alcuna certezza. Sicuramente non è stata rinvenuta plastica all’interno del corpo. Quindi almeno questa possibilità va esclusa».

E’ vero che oltre a quella morta c’era anche una seconda balena?

«Anche questo è un aspetto che va ancora del tutto verificato. Ci sono state svariate ricostruzioni, effettuate a caldo, anche prima della necroscopia. A mio avviso è comunque doveroso fare una premessa: le dimensioni della testa della balena morta, considerando pure il rostro, possono in ogni caso coincidere con le informazioni raccolte sia grazie ai video registrati quando il cetaceo è apparso a Sorrento sia attraverso le notizie recuperate da coloro che hanno avvistato il cetaceo quando ancora in vita. Sono elementi che incrociamo con quelle provenienti dagli accertamenti. Però possiamo comunque fare una riflessione. Ovvero: il fondale del porto di Sorrento è di circa 14 metri mentre la balena è lunga 20. Si può pensare che nel momento in cui il cetaceo ha fatto capolino al porto di Sorrento, colpendo a più riprese la barriera della banchina, il suo corpo poteva essere adagiato sul fondo. Se fosse così, con il solo rostro emerso, le dimensioni potrebbero coincidere. Con questa chiave di lettura, perderebbe colpi lo scenario secondo il quale oltre alla balenottera morta c’era anche un secondo esemplare, magari anche più piccolo».

Sui social si è detto che bisognava intervenire subito per salvare la balena. Non sono mancate polemiche tanto che l’area marina protetta di Punta Campanella è stata praticamente obbligata a chiarire che le linee guida in questi casi sostengono che non bisogna avvicinarsi al cetaceo né toccarlo.

«Sia chiaro, con l’istituto zooprofilattico non ci occupiamo di animali vivi. Parlo però da veterinario che vanta una certa esperienza: quella balena non è un esemplare gestibile sotto il profilo terapeutico. Gli animali solitamente non perdono l’orientamento. La balenottera è giunta a Sorrento in uno stato praticamente pre-agonico, si è lasciata trascinare dalla corrente e non era possibile fare di più. Certamente, per chi ha a cuore il mare e gli animali, fa male vedere le scene della balena che si dimenava, ferita al rostro. Però ripeto, sono state seguite le procedure e le direttive vigenti sugli spiaggiamenti».

Lo spiaggiamento della balena che segnale può rappresentare per il nostro mare?

«Ci sono regioni come la Toscana dove episodi del genere sono assai frequenti. E’ anche una questione di correnti. I nostri mari hanno particolari condizioni, sicuramente favorevoli, per la presenza di grossi cetacei. E il caso di Sorrento conferma questa verità».

In che senso?

«Il golfo di Napoli offre tante opportunità di alimentazione anche per le balenottere, qui in pratica c’è tanto cibo per loro e di conseguenza la presenza è molto folta. C’è di più: se ci sono morti, come nel caso del mammifero di Sorrento, ci sono anche folte popolazioni di grandi esemplari. E’ una riflessione elementare e naturale assolutamente necessaria».

Che insegnamento si può trarre da questa vicenda?

«La speranza autentica è che si possa ambire a un percorso civile verso una maggiore cultura. E’ una missione che riguarda tutti noi e che deve avere alla base la volontà di rilanciare per davvero l’intenzione di tutelare il nostro ambiente. Viviamo in una realtà importante, come quella campana, che offre un’immensa ricchezza ambientale. Pensando al mare ed alle nostre zone, ci sono due aree marine, come quelle di Punta Campanella e Nettuno. Diciamo basta allo sfruttamento. Non c’è solo l’inquinamento a provocare profonde ferite all’intero ecosistema. Penso anche a coltivazioni abusive dei frutti di mare e, in particolare anche per la penisola sorrentina, al fenomeno dei datterai».

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