Gli occhi sono gonfi di lacrime e dolore, il cuore batte forte ma il petto si gonfia di orgoglio quando il prefetto di Napoli, Marco Valentini nomina uno ad uno i nomi delle 32 vittime della deportazione nei lager nazisti. In quella stanza al primo piano della Prefettura, tra i dipinti storici che  raccontano Napoli e i preziosi arredi del palazzo che stridono con le storie nella Giornata della memoria c’è anche Anna De Simone, la figlia di Giovanni, di Torre Annunziata e vittima degli orrori dell’Olocausto. Siede a pochi passi dal ministro Sergio Costa, anche lui convocato dal prefetto per il riconoscimento a suo padre. Storie uguali, dolori identici e una medaglia che non allieva il dolore e cancella le ferite ma diventa riconoscimento a uomini che con coraggio e sofferenza sono diventati martiri di una delle pagine più orribili della storia.   “L’emozione è stata tanta – racconta sua figlia Anna – avevo appreso del riconoscimento dal giornale ed ero incredula. Mio padre era un uomo estremamente umile, semplice e se fosse stato con me in quella stanza sicuramente si sarebbe defilato con un sorriso: la sua dote più grande che ci ha lasciato è stata propria l’umiltà”. Poi il ricordo di quell’uomo diventa una ferita aperta per una figlia che con le lacrime agli occhi racconta “sento ancora la sua voce e i suoi racconti su quell’orrore: le sue radici erano semplici, una famiglia di familiari di Vico Equense, poi a 20 anni la notizia che doveva partire: suo fratello, primo genito era morto, e toccò a lui partire per la guerra.  Era triste ma anche molto determinato, ma fu catturato e rinchiuso in una cella. Ricordo ancora quando raccontava della detenzione in quei tuguri bui, umidi e infernali”. Nel cassetto conserva ancora una lettera “fu l’unica che riuscì ad inviare alla sua famiglia, poi il silenzio, scomparso: la paura e il dolore che fosse morto, poi la liberazione e il ritorno a casa che però non furono semplici”. Giovanni subì danni fisici e perse quasi del tutto la vista a causa di una detenzione estrema “è morto ma nessuno gli ha mai riconosciuto quelle sofferenze”. Poi il recupero lento fino al giorno in cui la sua vita cambia.  “S’innamorò di mia madre in pochissimi secondi – racconta ancora Anna – fu un colpo di fulmine che gli portò serenità e felicità: mia madre Redenta, conosciuta da tutti come Iolanda, lavorava con le sorelle in una salumeria di Torre e mio padre la conobbe lì. Da quel momento non si sono mai separati: lui fu assunto come postale a Napoli e il ricordo di quegli orrori sono stati per noi una testimonianza di quanto l’uomo può far male”. Segni indelebili sulla pelle e nell’anima come le altre 31 persone che ieri il Prefetto ha nominato.  Uomini e donne come Giovanni, nomi incisi sui monumenti alla memoria, sulle medaglie consegnate ai propri familiari storie uguali di chi ha toccato con mano l’inferno e lo ha raccontato a chi amava.  Ferite ancora aperte che dalle pagine dei libri di storia diventano appelli affinchè quegli orrori non accadano più. Tante le iniziative che sono state messe in campo: a Pompei Il sindaco ha deposto delle corone di alloro. Ad Ottaviano l’attore e videomaker Daniele Ciniglio ha realizzato un video che spiegasse ai ragazzi quello che accadde.

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