Deiulemar, vendute le quote di Palazzo D’Avalos: soldi per i truffati

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Deiulemar, vendute le quote di Palazzo D’Avalos: soldi per i truffati

Era l’orgoglio degli armatori di Torre del Greco. Un palazzo monumentale del ‘500 incastonato nel cuore di Napoli. Un edificio che doveva rappresentare il fiore all’occhiello dell’immenso patrimonio immobiliare riconducibile alla Deiulemar compagnia di navigazione. A quasi 9 anni dal crac che ha messo in ginocchio Torre del Greco le quote di partecipazione di Palazzo D’Avalos, sono state vendute. E nelle casse del fallimento che dovrà dare respiro alle 13.000 vittime travolte dal crac da 800 milioni di euro complessivi, finiscono altri 3 milioni circa. Nei giorni scorsi, infatti, è stata presentata e accolta un’offerta per l’acquisto delle quote azionarie di una delle tante società riconducibili alla compagnia affondata in un mare di debiti nel 2012. Un importante passo in avanti per gli obbligazionisti di Torre del Greco che nel 2020 – anche a causa della pandemia che ha paralizzato i tribunali e il mercato immobiliare – non hanno ottenuto nessun ristoro. Il nuovo anno, invece, si è aperto all’insegna delle vendite e della speranza di garantire nuove risorse per i risparmiatori che hanno investito nelle obbligazioni emesse dall’impresa. E’ di qualche settimana fa la notizia di incassi per oltre mezzo milione di euro dalle vendite di alcuni immobili e terreni riconducibili al patrimonio personale dei falliti e inseriti nella società di fatto: una delle due costole del fallimento. E dopo la vendita dell’ex base operativa dell’azienda di via Tironi, verranno bandite le aste anche per altri due pezzi pregiati della collezione Deiulemar. L’altra villa di via Tironi, quella nella quale ha vissuto l’ex capitano Michele Iuliano, e l’Hotel Poseidon di via Cesare Battisti. Vendite e aste da bandire dalle quali potrebbe venire fuori un corposo riparto di capitali per gli obbligazionisti che da oltre un anno attendono i ristori. E mentre qualcosa si muove sul fronte delle vendite gran parte del destino delle vittime del crac dipende ancora da quella che molti hanno ribattezzato come la “madre” di tutte le cause. Il braccio di ferro da 363 milioni di euro con Bank of Valletta, l’istituto di credito con base a Malta che avrebbe custodito nelle sue casseforti i tesori degli armatori falliti. Il processo è ancora in corso e la banca, per cautelarsi, ha anche presentato due offerte alla Curatela della società di fatto. Proposte rispedite al mittente perché ritenute non “opportune”. Ma non è escluso che prima della definizione del processo Bov possa tornare alla carica per evitare di dover sborsare i 363 milioni.

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