Castellammare, il killer pentito inchioda il boss D’Alessandro

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Castellammare, il killer pentito inchioda il boss D’Alessandro

E’ tornato libero da circa 3 anni, dopo aver scontato una condanna definitiva per camorra. E’ ancora indagato per omicidio – il massacro dell’ex consigliere comunale del Pd, Gino Tommasino – ed imputato in altri processi legati alla criminalità organizzata di Castellammare di Stabia nati da inchieste del passato. Ma negli ultimi anni Vincenzo D’Alessandro è stato solo lambito dalla lunghissima serie di inchieste e processi che hanno colpito al cuore la cupola della camorra stabiese. Anche se il suo nome non è mai sparito dai radar della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Tutt’altro. E in una recente deposizione resa da Pasquale Rapicano, l’ultimo pentito della camorra di Scanzano, il rampollo della camorra stabiese è stato nuovamente tirato in ballo. D’Alessandro, dice il collaboratore di giustizia, avrebbe ricoperto un ruolo apicale all’interno dell’organizzazione criminale anche dopo la sua scarcerazione. «E’ lui il capo, dottore», dice il pentito parlando al presente in un passaggio delle dichiarazioni rese in tribunale nel corso del processo “Domino”, uno dei tanti procedimenti aperti sull’affare spaccio dalla Dda nel corso degli ultimi anni. Un affare nel quale sarebbe coinvolto anche il figlio di Michele D’Alessandro, il padrino fondatore della cosca che però non è indagato o imputato in questo filone processuale. «Io gestivo la piazza di spaccio di Caporivo – dice il collaboratore rispondendo alle domande del pubblico ministero – e anche io pagavo Scanzano come facevano gli altri. Io facevo un pensiero a Vincenzo D’Alessandro». Dichiarazioni che vengono contestualizzate tra il 2017 e il 2018, proprio il periodo in cui Vincenzo D’Alessandro è tornato libero dopo aver scontato una condanna definitiva a 9 anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo gli inquirenti il figlio del padrino, prima del suo arresto (arrivato nel 2009) ha rivestito un ruolo apicale all’interno della cosca con base a Castellammare di Stabia. Arrivando a diventare un punto di riferimento indiscusso per il clan specializzato in estorsioni e riciclaggio di capitali illeciti. Ma dai verbali dei pentiti viene fuori anche un altro ritratto di Vincenzo D’Alessandro. Renato Cavaliere, infatti, ha raccontato che il figlio del boss voleva realizzare un vero e proprio massacro. Uccidendo tutti i collaboratori di giustizia legati agli omicidi di Giuseppe Verdoliva e Antonio Matrone, uomini di punta di Scanzano massacrati nella faida contro gli Omobono-Scarpa. Nel mirino del boss – come racconta il pentito – i “fasani”, dinastia legata ai nuovi padrini di Castellammare di cui era esponente anche Antonio Fontana, il ras ucciso in un agguato, l’8 luglio del 2017 ad Agerola. E ancora l’inchiesta, tutt’ora aperta, per l’omicidio Tommasino. Ombre inquietanti sollevate attorno alla figura del rampollo di Scanzano. Ombre rafforzate, forse, anche dai racconti del nuovo pentito.

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