Cmo, cancellato il dissequestro: nuovi guai per i Marulo

Giovanna Salvati,  

Cmo, cancellato il dissequestro: nuovi guai per i Marulo

Erano finiti nel mirino dei pm quando un gruppo regionale lombardo dell’Associazione italiana di Medicina nucleare aveva presentato una denuncia contro di loro e altri centri sostenendo che utilizzassero, in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, radiofarmaci – tra questi il Rame Cloruro 64 – non ancora autorizzati. Una battaglia legale che non si è ancora conclusa, perché ora i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno deciso di annullare il provvedimento con cui il Tribunale del Riesame di Napoli aveva disposto il dissequestro dei macchinari: i giudici del tribunale partenopeo – appartenente a una diversa sezione – dovranno ora rivalutare l’intera questione. Quell’accusa, pesante,  fece scattare l’inchiesta e poi il sequestro anche nel Centro Medico Oplonti di Torre Annunziata con l’ipotesi di reato di truffa e tentata truffa da circa un milione di euro complessivi. Da quel momento il centro aveva provato a difendersi, e aveva ottenuto dal Riesame il dissequestro, minando alla base l’intera inchiesta che aveva fatto finire nei guai  l’amministratore e titolare della struttura Luigi Marulo, e portato al sequestro dei macchinari con i quali veniva effettuata la Pet-Tac e la strumentazione necessaria alla preparazione e somministrazione del radiofarmaco denominato Rame Cloruro 64: un mezzo di contrasto che viene utilizzato in ambito sperimentale per diagnosticare patologie oncologiche. Una sostanza all’epoca dei fatti ancora in fase di sperimentazione e quindi non ammessa ancora ai rimborsi del servizio sanitario nazionale. L’inchiesta è partita quando tra l’agosto 2015 e il luglio 2018, i carabinieri del Nucleo Aifa di Roma hanno accertato circa 700 prestazioni con l’utilizzo del radiofarmaco non ancora autorizzato. I pazienti, provenienti anche da diverse parti d’Italia, erano convinti di sottoporsi a una terapia innovativa e non sapevano, invece, che lo strumento era ancora in fase di sperimentazione. Gli investigatori, inoltre, contestarono al Cmo anche la richiesta, in alcuni casi, del rimborso al Servizio sanitario regionale di prestazioni mediche mai effettuate e tutte dai costi molto elevati. Per questo motivo, il Gip ordinò anche il sequestro preventivo di somme di denaro sui conti dell’azienda. Secondo l’ipotesi accusatoria la cifra si aggirava intorno a un milione di euro. Centonovanta mila euro per l’ipotesi di truffa effettivamente avvenuta e altri 800mila euro per l’accusa di tentata truffa, in quanto i rimborsi non erano ancora stati erogati; in entrambi i casi a danno del sistema sanitario. Ipotesi che il Tribunale del Riesame non aveva ritenuto sostanziata, rilevando che la fonte di prova addotta sul punto dal pubblico ministero, relativamente all’asserita illiceità dell’utilizzo della cuprymina, fosse di dubbia attendibilità siccome costituita da una consulenza tecnica predisposta dal professionista, dottor Arturo Chiti, che era stato autore della denuncia e che quindi versasse in una posizione di conflitto di interessi con i produttori e i distributori della cuprymina. Una tesi che i giudici della Cassazione, però, non hanno ritenuto sufficiente ad annullare il provvedimento, che ora dunque dovrà essere riesaminato da un’altra Sezione del Riesame di Napoli.

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