Castellammare, droga per i D’Alessandro: «Così il boss spezzò il patto con Lettere»

Tiziano Valle,  

Castellammare, droga per i D’Alessandro: «Così il boss spezzò il patto con Lettere»
Polizia a Scanzano (foto di repertorio)

Castellammare. “Vincenzo D’Alessandro ha fatto l’alleanza con i Di Martino di Pimonte nel 2008. Da quel momento è stato deciso che quelli di Lettere non erano più compagni a noi». Sono parole pesanti quelle che Pasquale Rapicano – ex killer del clan D’Alessandro, egemone a Castellammare di Stabia – ha pronunciato nel corso dell’ultima udienza del processo Domino, la maxi-inchiesta sul traffico di sostanze stupefacenti che ha visto finire alla sbarra una trentina di persone tra cui boss e affiliati della cosca di Scanzano. E sono destinate a scrivere un nuovo capitolo della storia della guerra di camorra tra le cosche in lotta per il controllo delle attività criminali sul territorio. Perché sono parole che aprono qualche breccia sui verbali del pentito ancora coperti da omissis e forniscono un possibile movente per alcuni dei delitti irrisolti che si sono verificati tra Casola di Napoli e Lettere. L’ex killer di Scanzano cita Antonino Di Lorenzo – alias ‘o lignammone – e Ciro Orazzo, entrambi uccisi con colpi di fucile in due distinti agguati. Secondo il pentito stabiese fino al 2008 il clan D’Alessandro si riforniva di marijuana dai narcos di Lettere, ma il patto di ferro stretto tra Scanzano e il clan Di Martino aveva cambiato tutto. “I Di Martino non stavano bene con quelli di Lettere”, dice Pasquale Rapicano e questo lascia intendere che ci fosse astio tra gruppi criminali che si contendevano il controllo della montagna ritenuta dagli investigatori una sorta Giamaica, per la grossa quantità di marijuana prodotta. Sostanza stupefacente che serviva per soddisfare non solo le piazze di spaccio dei Lattari, ma anche quelle stabiesi controllate dal clan D’Alessandro. Proprio il patto tra Scanzano e i Di Martino, secondo gli investigatori, è servito negli anni per creare una sorta di monopolio di tutti gli affari illeciti tra Castellammare, i comuni dei Lattari, oltre che ramificazioni in penisola sorrentina come dimostrano le ultime indagini. Per riuscire in questo disegno criminale però sarebbe stato necessario eliminare alcuni personaggi dei gruppi avversari, ritenuti un ostacolo per il patto D’Alessandro-Di Martino. La tesi finora portata avanti dall’Antimafia, che indaga sugli omicidi irrisolti, tra cui quello di Antonio Fontana avvenuto ad Agerola, l’8 luglio 2017, trova una parziale conferma nelle prime testimonianze rese in aula dal collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano. Uno che ha confermato davanti ai giudici di aver fatto parte “del gruppo di fuoco di Scanzano” e che è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Scelzo del 2006. Un pentito che potrebbe sapere molto anche su altri delitti finora irrisolti.

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