Pompei, gli scavi dei tombaroli e i tesori romani spariti: «Danni per 1,8 milioni»

Salvatore Piro,  

Pompei, gli scavi dei tombaroli e i tesori romani spariti: «Danni per 1,8 milioni»

Pompei. Scavi clandestini, due bighe oggi perdute per sempre. E ancora cunicoli sotterranei scavati fino a cinque, probabilmente sette metri di profondità, per mettere a segno uno dei più grandi saccheggi criminali mai compiuti dai tombaroli contro il Parco Archeologico di Pompei. La Sovrintendenza: “Danni per un milione e 800 mila euro”. Ammonterebbero infatti a poco meno di due milioni di euro – secondo l’ufficiale stima redatta dai dirigenti dell’ufficio legale del Parco Archeologico e che reca la firma in calce dell’ex Sovrintendente nonchè attuale direttore generale dei Musei italiani, Massimo Osanna – i danni causati alle rovine saccheggiate nella straordinaria domus di via Civita Giuliana da Giuseppe e Raffaele Izzo, padre e figlio di Boscoreale.

Si tratta  dei due presunti tombaroli che, fino al 2017, avrebbero scavato cinque tunnel sotterranei lunghi fino a 70 metri lineari e alti “al massimo 80 centimetri” per raggiungere e poi trafugare gli straordinari reperti d’epoca romana rinvenuti dentro gli ambienti rustici e nobiliari della Villa suburbana di via Civita Giuliana, seppellita dall’eruzione del 79 d.C e situata a un tiro di schioppo dal sito archeologico di Pompei. Una domus resa nota nel 2019 grazie al ritrovamento, da parte degli archeologi, dei calchi di tre cavalli con bardatura militare. Giuseppe e Raffaele Izzo sono accusati di ricettazione e ricerche clandestine di oggetti antichi. Sarebbero loro – secondo l’accusa rappresentata in aula, dinanzi al giudice Fernanda Iannone del tribunale di Torre Annunziata, dall’ex pm antimafia Pierpaolo Filippelli – i tombaroli di Civita Giuliana, alla zona nord fuori le mura degli Scavi.

Secondo l’accusa, padre e figlio avrebbero prima scavato, poi attraversato dei veri e propri tunnel “realizzati in modo raffinato. A partire dalla cantina, i tombaroli hanno usato la tecnica dello Spritz Beton, spruzzando malta cementizia con un compressore ad aria. Perchè? Per evitare frane all’interno di cunicoli alti fino a 80 centimetri” ha svelato ieri ai giudici il funzionario del Parco Archeologico di Pompei, l’architetto Raffaele Martinelli, tra i principali testi dell’accusa. Dopo il racconto di Martinelli, il pm Filippelli ha poi calato un vero asso dalla manica, consegnando ai giudici il documento chiave che attesterebbe i danni subiti dal Parco Archeologico di Pompei a causa degli scavi clandestini e dei reperti trafugati.

Una stima che, nel corso dell’ultima udienza del processo, ha acceso uno scontro tra l’accusa e la difesa, rappresentata dagli avvocati Francesco Matrone e Maria Formisano, quest’ultima ieri assente causa “isolamento fiduciario” da Covid. “Queste indagini nascono da una chiara motivazione economica” ha tuonato ieri dinanzi ai giudici l’avvocato Matrone, legale di Giuseppe Izzo “è chiaro che, non essendo stato ancora proposta la dovuta indennità d’esproprio nei loro terreni, a favore degli Izzo, l’accusa sta cercando la compensazione tra presunti danni subiti e l’indennità finale da versare”. Frasi contenute in un’opposizione all’acquisizione del documento di risarcimento danni, respinta dal giudice. La quantificazione dei danni servirà forse al giudice per valutare l’entità dell’eventuale pena da infliggere ai presunti tombaroli. Nel frattempo, il processo va avanti spedito. Da non escludere la citazione in aula, ad opera della difesa, dello stesso Sovrintendente Osanna.

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