Il prete perdona il boss Cutolo: «Si era pentito davanti a Dio»

Andrea Ripa,  

Il prete perdona il boss Cutolo: «Si era pentito davanti a Dio»
Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Davanti ai giudici non s’è mai pentito. Non ha mai raccontato retroscena e segreti di centinaia di delitti, decidendo di non barattare la libertà del corpo con lo Stato. Lo ha fatto solo con Dio, a cui aveva deciso di aprirsi. Un vano tentativo di dare sollievo a un’anima oppressa dalle morti che Raffaele Cutolo s’è lasciato alle spalle. «S’era convertito a Dio, mentre lo Stato lo ha abbandonato». La voce flebile con cui don Renzo D’Ascenzo, parroco aquilano e padre spirituale del capo della Nco, morto una settimana fa a 79 anni, descrive uno spaccato differente. Da boss con le mani sporche di sangue, sepolto per mezzo secolo nelle carceri italiane, parte di questi passati al 41-bis, a un uomo «illuminato» dalla fede, pronto a chiedere il perdono a Dio per quello che aveva fatto e sfruttato dai politici. Don Renzo è stato il padre spirituale del boss per 7 lunghi anni, quelli che Cutolo ha trascorso nel penitenziario abruzzese de “Le Costarelle”. E’ l’uomo che ha raccolto le confessioni e le paure di un boss «chiuso in una cella, la più umida e buia del carcere, privato anche della luce», racconta. «Mi diceva: “la vera mafia è nel palazzo dei politici”. – confessa ancora don Renzo – Mi ha raccontato storie innominabili e vergognose. Aveva corrotto tutti. Da prigioniero era libero di essere un criminale. E tutti facevano patti con lui. Politici, attori, cantanti, tutti lo imploravano». Ma non è l’unica rivelazione che fa, perché se è vero che la giustizia lo ha condannato a una vita ai margini della società, rinchiuso in loculi angusti in giro per i penitenziari di massima sicurezza, Dio – per don Renzo – lo «metterà in paradiso». Perché? Perché la fede lo aveva profondamente cambiato. «Gli chiesi di scrivere un libro. Mi disse: “da 15 anni vivo aggrappato a Dio. Non mi interessa più il mondo esterno”. Tra le mani stringeva un crocifisso regalatogli da Padre Pio che gli rivelò “tu farai tanto male”». Gli ultimi anni li ha passati tra continui malori, un lento peggioramento fino alla morte avvenuta nel reparto sanitario del supercarcere di Parma, dove sono morti Riina e il rivale Mario Fabbrocino, una settimana fa. «Divorato dai reumatismi, soffriva e non si lamentava». Cutolo resta, tuttavia, una figura controversa, che si è macchiata di tantissimi delitti in vita. Molti dei quali sono rimasti ancora irrisolti, ma che sembrano condurre a lui. «La sua conversione era autentica – dice in una lunga lettera aperta D’Ascenzo – Non negava di aver fatto tanto male Ma dove abbonda il peccato, sovrabbonda la Misericordia di Dio. Il male ti porta a entrare nel fondo del cuore. O trovi Dio oppure tu suicidi. E lui era sereno», conclude don Renzo. A cui rimane una lettera scritta da Cutolo dopo il trasferimento in altro penitenziario. «L’ho ricordato in una messa, sono sicuro che quando una persona si pente dei suoi peccati non può che finire in paradiso. Di lui mi resterà una lunga lettera che mi scrisse e che conserverò a lungo».

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