Frode di 131 milioni ad Ancona, commercialista di Scafati nei guai

Mario Memoli,  

Frode di 131 milioni ad Ancona, commercialista di Scafati nei guai

Nel suo ufficio professionale confluivano fatture milionarie false di società del centro nord: nel blitz della finanza di Ancona è coinvolto anche un professionista di Scafati che non avrebbe dichiarato una moltitudine di operazioni ritenute fittizie (o anomale). Rischia una multa milionaria dopo la segnalazione ai fini della normativa antiriciclaggio ma le indagini chiariranno se il commercialista sia coinvolto solo marginalmente nell’inchiesta “Shipyard”.Il giro di fatture false è per 131 milioni di euro, con la evasione dell’Iva per 66 milioni di base imponibile, e 153 lavoratori irregolari, la maggior parte bengalesi. Sono 30 le persone denunciate per frode fiscale, riciclaggio e auto-riciclaggio. Le imprese coinvolte operavano tra Marche, Abruzzo, Campania (Agro nocerino sarnese con studio di rappresentanza legale proprio dal commercialista scafatese), Emilia Romagna, Lombardia e Toscana, molte delle quali cartiere, con ramificazioni in tutta Italia. L’operazione è stata coordinata dalla Procura di Ancona, ha interessato diverse imprese operanti nel porto della città marchigiana, nell’ambito della catena produttiva della Fincantieri, risultata completamente estranea ai fatti d’indagine. Le fiamme gialle si sono focalizzate sul maggiore ricorso a ditte in appalto e alla conseguente riduzione dell’organico dei lavoratori diretti, all’inizio delle indagini di poco superiori alle 600 unità, rispetto alle oltre 2.000 unità degli operai delle ditte appaltatrici. In particolare l’attenzione è stata rivolta su 250 soggetti economici e ai collegamenti tra gruppi di imprese che orbitavano nell’ambito della cantieristica navale ad Ancona e in altre zone di Italia fino ad arrivare a Fiume, in Croazia. Gli inquirenti hanno così individuato un consorzio, con sede in provincia di Ancona, che era in grado di rispondere alla richiesta di preventivi della Fincantieri con quello più vantaggioso; il consorzio delegava l’esecuzione dei lavori alle proprie associate. Sette delle aziende consorziate sarebbero risultate amministrate da prestanome e per 4 anni avrebbero emesso fatture false per 131 milioni, poi utilizzate da altre 12 società consorziate per maturare illecitamente crediti Iva inesistenti, utilizzati per le compensazioni con altre imposte. Col massiccio ricorso all’emissione di fatture false e l’impiego di manodopera irregolare, gli imprenditori riuscivano a fornire le prestazioni lavorative a prezzi inferiori rispetto alla media del settore.

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