Razzia agli scavi di Pompei, i pentiti: «I reperti mai ritrovati nelle mani della camorra»

Salvatore Piro,  

Razzia agli scavi di Pompei, i pentiti: «I reperti mai ritrovati nelle mani della camorra»

Camorra, tombaroli e scavi. Dai Cesarano ai D’Alessandro, le dichiarazioni dei pentiti svelano il nuovo “core-business” dei vecchi, spietati clan di Pompei e Castellammare di Stabia. L’affare d’oro, ieri ma specialmente oggi, si chiama archeomafia. Basta spulciare le carte, mettere insieme appunti contenuti in faldoni zeppi e polverosi: inchieste parallele alla ricerca di riscontri. Quasi fossero tessere di un puzzle, frammenti di un antico mosaico da ricostruire, da mettere insieme, da unire per seguire il filo che unisce tutto. La trama è unica, rivela un solo risultato: i tentacoli della camorra sui reperti di Pompei si allungano fin dal 2001, quando il ghiotto affare è una biga romana. Poi si estendono, sottili, però voraci e implacabili, per oltre 15 anni. Fino al 2017, quando la Procura di Torre Annunziata accende i riflettori sul nuovo e inatteso business della camorra vesuviana. E’ a quel punto che il banco salta: partono prima le indagini, dopo i processi. A raccontarlo sono loro, i pentiti, le gole profonde, i collaboratori di giustizia che fino a qualche anno fa erano legati mani e piedi alla criminalità organizzata. Personaggi temuti dagli ex capi-zona, ritenuti attendibili dai magistrati. Il primo a vuotare il sacco è Saverio Tammaro, alias ‘o principe, il collaboratore di giustizia che, secondo gli inquirenti, nel 2001 era a capo dell’omonima cosca criminale a Scafati. «Nel 2001 ci fu un saccheggio alle porte di Civita Giuliana. Una biga fu ritrovata nei pressi di un frutteto. Ricordo che, nella circostanza, ci fu l’immediato intervento del clan Cesarano per asportare i beni». Le dichiarazioni del pentito di Scafati, riportate in una nota informativa del 2017 a firma dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale Napoli, sono state ricordate in aula nel corso del processo aperto in tribunale, a Torre Annunziata, contro Giuseppe e Raffaele Izzo: padre e figlio di Boscoreale, entrambi finiti alla sbarra nel 2017 per ricettazione e ricerche clandestine di oggetti antichi. Sarebbero loro – a quanto emerge dalle indagini coordinate dall’ex pm anticamorra Pierpaolo Filippelli (oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata) – i due tombaroli di Civita Giuliana. Secondo l’accusa, padre e figlio, a partire dal 2009, avrebbero scavato e attraversato dei veri e propri tunnel clandestini, cunicoli scavati ad oltre cinque metri di profondità, arrivando forse a sfiorare l’ultimo eccezionale carro da parata riemerso la settimana scorsa dallo scavo della villa suburbana in località Civita Giuliana. E’ un ricco carro cerimoniale a quattro ruote, è stato sottratto per un pelo ai tombaroli. Il vecchio carro è stato per fortuna ritrovato, la biga finita invece nella morsa della camorra si sta ancora cercando. Gli 007 sono sulle sue tracce. Così come una seconda della stessa specie ma “fatta in oro e argento, il suo valore è inestimabile” mai però ritrovata dagli archeologi durante gli ultimi scavi commissionati dalla Sovrintendenza per indagare sulla domus di via Civita Giuliana. Un mistero, il secondo collegato alla probabile ricettazione di un’antica biga, inizialmente raccontato agli inquirenti da Luigi Giordano. Lui però non è un pentito, non ha mai avuto a che fare con la camorra, ma nel 2018 era stato coinvolto in una maxi-inchiesta sull’impossessamento e la ricettazione di beni culturali. «Giordano era un vicino di casa degli Izzo, ci ha vinto contro una causa per la proprietà di una cantina contesa a 20 metri di distanza dalla loro proprietà. Giordano non è un tombarolo. Però, in passato, è finito sotto inchiesta per ricettazione». E’ questa un’altra testimonianza, l’ennesima. Il processo è lo stesso, ma a deporre è stavolta il brigadiere Francesco Fattorusso, carabiniere all’epoca in servizio alla Stazione di Pompei. Tombaroli, scavi illeciti, mire della camorra, reperti trafugati e business con cifre da capogiro, che nel 2018 avrebbero sfiorato i 120 milioni di euro. I racconti, i torbidi verbali, il nuovo business targato archeomafia, non è finito. «Ricordo che Vincenzo D’Alessandro ha regalato all’imprenditore (un noto proprietario alberghiero di Castellammare, ndr) un vaso proveniente dallo scavo di una villa di Pompei. Ero stato io a ricevere il vaso» ha dichiarato infatti in un verbale, prima secretato, il pentito Renato Cavaliere, ex killer del clan di Scanzano, ora collaboratore di giustizia. Cavaliere, allora fedelissimo di Vincenzo D’Alessandro e sicario di punta della cosca di Scanzano, avrebbe donato il vaso a quest’ultimo: «Vincenzo D’Alessandro mi aveva però detto che non lo poteva tenere a casa. D’Alessandro mi ha poi chiesto se poteva regalare il vaso all’imprenditore dell’Hotel. Io gli ho detto di sì. Dopo aver ricevuto lettura del verbale riassuntivo, voglio dire di avere ricordato che, oltre al vaso, mi era stato consegnato anche un piatto, che raffigurava delle orge. Vincenzo D’Alessandro mi ha detto di aver consegnato anche il piatto all’imprenditore durante l’incontro avvenuto all’Hotel». Un business parallelo per le cosche di Castellammare e Pompei pronte a mettere le mani su tutto ciò che nasce da affari illeciti. Compresi i reperti archeologici. Un affare d’oro per i tombaroli. Un vanto per i boss assetati di potere e quattrini. Gli stessi boss che forse – questa una delle ipotesi in mano agli investigatori – potrebbero nascondere tra i propri tesori quelle opere inestimabili che non sono mai state ritrovate.

CRONACA