Pompei. Beni confiscati ai clan, corsa agli affidamenti

Salvatore Piro,  

Pompei. Beni confiscati ai clan, corsa agli affidamenti

La nuova vita degli ex covi di camorra, in città, resta in stand-by: stretta nella morsa delle lungaggini burocratiche, dell’assenza di fondi per la ristrutturazione e di progetti validi per il loro riutilizzo a fini sociali. Pompei rientra in pratica tra le città al centro degli ultimi sos lanciati sul tema dall’associazione Libera contro le mafie e dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Più di 36.600 beni immobili (particelle catastali) confiscati dal 1982 a oggi, il 48% sono stati destinati dall’Agenzia per finalità istituzionali, ma 5 beni su 10 rimangono ancora da destinare. Il maggior numero di beni immobili confiscati in Sicilia (6906), seguono Calabria (2908) e Campania (2747). La fotografia del mancato riutilizzo degli ex covi di morte è impressa nitida nel dossier Fattiperbene confezionato da Libera in occasione dei 25 anni dall’approvazione in Italia della legge ad hoc numero 109 del 7 marzo 1996. Assegnare i beni, infatti, non basta. Le esperienze degli enti del Terzo Settore raccontano di un quadro costellato di difficoltà: dallo stallo burocratico fino alla impossibilità di attingere fondi per le ristrutturazioni. Accade anche a Pompei, dove la nuova vita “promessa” ai beni confiscati resta bloccata. Si parte da Casa Chierchia, l’ex covo in via Messigno da 7,5 vani – “piano seminterrato, piano terra, primo piano e secondo piano” – sequestrati nel 2009 all’imprenditore Giuseppe Chierchia, conosciuto come Peppe assassino, arrestato il 15 settembre del 2009 con l’accusa di usura dai militari della guardia di finanza. Nel novembre scorso, il Comitato di Pompei della Croce Rossa Italiana, presieduto da Rita Vangone, era risultato idoneo e affidatario in concessione all’esito di uno dei due bandi emanati dal Comune per il recupero a fini sociali degli ex covi di camorra. Ma la Croce Rossa di Pompei, in realtà, non ha mai messo piede a Casa Chierchia. Ufficialmente a causa della “necessità di trovare un’altra sede” già pronta per essere allestita senza l’esborso di migliaia di euro per il restyling. Anche un secondo bene strappato alla camorra, precisamente al clan Cesarano, avrebbe dovuto rinascere. Si tratta di una parte di villa Cascone, l’ex regno di Alfonso, il feroce latitante acciuffato infine dai carabinieri nel 2002 dopo aver partecipato alla strage di Sant’Alessandro a Torre Annunziata. Due dei 4 appartamenti confiscati, al momento, sono in corso di affidamento a un’associazione sportiva dilettantistica, la Movimento Bartolo Longo, storicamente impegnata nell’organizzazione della Corsa per la Pace Napoli-Pompei. L’elenco dei beni confiscati alla camorra di Pompei, mai riutilizzati a scopo sociale, prosegue: è lungo, diventando emblema degli ultimi sos lanciati dalle associazioni. Sette beni non ancora recuperati, tre già destinati a fini sociali. Infine un appartamento, un garage e una cantina in condominio, a partire dallo scorso 16 novembre, sono stati concessi in affitto a privati.

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