Savarese, il killer di Scanzano condannato a morte dai D’Alessandro

Tiziano Valle,  

Savarese, il killer di Scanzano condannato a morte dai D’Alessandro
Aula buncher di Rebibbia confronto tra pentiti di mafia sul caso Giuseppe di Matteo ucciso e disciolto nell'acido oggi 8 marzo 2011, Polizia Penitenziaria protegge Salvatore Gricoli mentre viene portato via dall'aula giudiziaria ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Giovanni Savarese fa parte del clan D’Alessandro, ma doveva morire perché anche lui coinvolto nell’omicidio Martone». Pasquale Rapicano, ex killer della cosca di Scanzano e oggi collaboratore di giustizia, svela altri nomi finiti sulla lista nera della cosca che da decenni detta legge a Castellammare. Un passaggio inquietante che fa capire come la guerra di camorra cominciata nel 2004 tra i D’Alessandro e gli Omobono-Scarpa di Moscarella, avesse lasciato strascichi che si sarebbero potuti risolvere solo con tanto sangue ancora da versare. Nei verbali finiti agli atti dell’inchiesta sull’omicidio di Raffaele Carolei, che nella giornata di mercoledì ha portato all’arresto di due persone, Pasquale Rapicano racconta che la sete di vendetta dei D’Alessandro non era ancora stata soddisfatta. Il clan di Scanzano voleva l’eliminazione di tutti gli avversari che li avevano sfidati all’inizio del duemila e soprattutto di quei pregiudicati che avevano avuto un ruolo negli omicidi eccellenti di Antonio Martone, cognato del padrino defunto Michele D’Alessandro, e di Giuseppe Verdoliva, per anni autista del boss. Tra questi figurava Giovanni Savarese, che proprio per l’omicidio Martone ha incassato una condanna definitiva a 16 anni di reclusione. Il pregiudicato del centro antico di Castellammare di Stabia prima che finisse la guerra di camorra aveva lasciato gli Omobono-Scarpa per passare tra le file dei D’Alessandro. Ma questo non gli era valso l’immunità, secondo Rapicano. Anzi è proprio il pentito che accusa Giovanni Savarese di aver partecipato all’omicidio di Raffaele Carolei, che racconta all’Antimafia come Scanzano in realtà avesse intenzione di eliminare anche lui. «Prima del suo arresto operava in combutta con noi, sebbene dovesse fare la stessa fine di Raffaele Carolei», dice Rapicano. Che svela anche come qualche anno più tardi si fosse arrivato a un passo dall’uccidere Savarese. «Quando era agli arresti domiciliari, lo avvisai di fare attenzione perché poteva essere colpito da qualche tetto e mi ringraziò per questa soffiata», dice il collaboratore di giustizia, che poi aggiunge «nonostante tutto, io lo conosco da piccolo e gli voglio bene e lo stesso sentimento lo nutre nei suoi confronti anche Gaetano Vitale (altro pregiudicato accusato di aver partecipato all’omicidio di Raffaele Carolei)». I verbali di Pasquale Rapicano confermano secondo l’Antimafia che il clan D’Alessandro «ha la memoria lunga», e molti delitti che sono stati commessi anche a distanza di tempo dalla guerra con gli Omobono-Scarpa, sono sempre riconducibili a vendette per quella faida. Tra questi vengono inseriti anche gli omicidi di Salvatore Polito, avvenuto nel 2012 al rione Moscarella, e quello di Antonio Fontana, nel 2017 ad Agerola. Delitti che avrebbero un unico filo conduttore e vedrebbero la cosca di Scanzano pronta a saldare i conti con il passato, massacrando chi ha provato a spodestarla dal trono degli affari criminali in città.

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