Scandalo Tangentopoli a Torre Annunziata, Ariano chiede i domiciliari: «Io in cella con 8 detenuti»

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Scandalo Tangentopoli a Torre Annunziata, Ariano chiede i domiciliari: «Io in cella con 8 detenuti»

Da 74 giorni la sua casa è una cella del carcere di Poggioreale. Una gabbia di pochi metri quadrati nel padiglione Firenze che condivide con altri 8 detenuti. «Voglio pagare per quello che ho fatto, ma voglio uscire. Voglio riabbracciare la mia famiglia» ripete ogni giorno, da 74 giorni, Nunzio Ariano. L’ex dirigente dell’ufficio tecnico di Torre Annunziata, il funzionario arrestato per induzione indebita, l’uomo della mazzetta da 10.000 euro scoperta dalla finanza, ha un unico tarlo: uscire dal carcere. Anche per questo attende con ansia l’udienza fissata per il prossimo 14 aprile davanti ai giudici della Corte di Cassazione. Un appuntamento importante sia per l’ex dirigente indagato che per saggiare la solidità di un’inchiesta apparsa granitica e ricca di colpi di scena. Solida al punto che la difesa di Ariano, rappresentato dall’avvocato Francesco De Gregorio, ha deciso di non entrare nel merito della vicenda, limitandosi a chiedere – prima al Riesame e poi alla Cassazione – semplicemente la modifica della misura cautelare ritenendo «insussistenti, attualmente, i motivi posti alla base del provvedimento».

La tesi della difesa

Di fatto l’avvocato ribadirà ai giudici della Suprema Corte la sua richiesta di rivalutare le esigenze cautelari alla luce di due elementi chiave: il fatto che Ariano è incensurato e che si è dimesso dall’incarico pochi giorni dopo l’arresto. Per l’indagato sono stati chiesti i domiciliari fuori regione, elemento che gli impedirebbe – sostiene sempre la difesa – anche di inquinare le prove. Altro dato importante, sempre secondo la tesi difensiva, è il fatto che l’indagato ha ammesso la sua responsabilità in merito alla tangente incassata per condizionare un appalto pubblico da 200.000 euro per i lavori di ristrutturazione di alcune scuole cittadine.

La tesi dell’accusa 

Secondo la ricostruzione della Procura di Torre Annunziata, però, Ariano non avrebbe detto tutta la verità. Anzi. I pm che coordinano l’inchiesta – culminata il 28 dicembre scorso nell’arresto dell’ex dirigente dell’ufficio tecnico – sono convinti che quell’episodio sia soltanto la punta di un iceberg, l’inizio di una possibile Tangentopoli capace di far tramare il Comune. Tra l’altro nelle motivazioni del tribunale del Riesame – che qualche mese fa ha respinto il primo ricorso di Ariano – vengono prese in considerazione anche alcune dichiarazioni rese dall’imprenditore che ha pagato la tangente all’ex dirigente. Secondo il titolare della ditta, infatti, la tangente da 10.000 euro rappresentava soltanto una parte della dazione da consegnare per l’appalto e la metà di quei soldi erano destinati «alla parte politica», come dice in un passaggio del suo interrogatorio l’imprenditore riferendosi ad una frase che gli avrebbe detto lo stesso Ariano. Le indagini su questi aspetti sono tutt’ora in corso e gli inquirenti – guidati dal Procuratore, Nunzio Fragliasso – stanno provando a mettere insieme i tasselli di questo intricato mosaico. In quest’ottica la decisione della Cassazione sulla conferma o meno della misura cautelare per Ariano potrebbe rappresentare un punto d’arrivo importante anche gli inquirenti che lavorano sul sistema appalti a Torre Annunziata.

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