Boss assunti come operai e tangenti sui lavori: il sistema dei D’Alessandro per vincere tutte le gare

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Boss assunti come operai e tangenti sui lavori: il sistema dei D’Alessandro per vincere tutte le gare

Al suo servizio ha una galassia di imprese che operano nel settore dell’edilizia. Tra i suoi dipendenti ci sono – solo sulla carta – camorristi e boss di primo piano che nessuno ha però mai visto lavorare nei suoi cantieri. Tutti i lavori eseguiti a Castellammare e Gragnano «sono roba sua», dicono i pentiti. Un vortice di denaro, appalti, subappalti, fatture gonfiate per giustificare i soldi da corrispondere al clan. E sullo sfondo un torbido e inquietante intreccio dal quale  emergerebbe – scrive il giudice che ha firmato l’ordinanza – «un’attività amministrativa piegata al soddisfacimento degli interessi del clan» anziché di «quelli pubblici». E’ così che l’inchiesta “Domino 2”, l’ultima indagine che ha travolto il clan D’Alessandro, dipinge la figura di Liberato Paturzo, imprenditore di Gragnano ritenuto l’anima imprenditoriale della cosca di Scanzano. Sessant’anni, coinvolto e condannato – in primo grado – per l’inchiesta “Olimpo” – Paturzo è ritenuto tra le figure chiave del blitz che martedì mattina ha portato all’arresto di sedici persone. L’anima commerciale del clan, l’eminenza grigia della cosca. Di lui parlano i boss in alcune intercettazioni. E parlano soprattutto i pentiti, vecchi e nuovi. A cominciare dall’ultimo collaboratore di giustizia della camorra di Castellammare di Stabia, Pasquale Rapicano. L’ex killer di Capo Rivo, in un verbale del gennaio 2020, svela il ruolo centrale negli affari della cosca rivestito proprio da Paturzo. «Quando si trattava di decidere su una grossa estorsione da chiudere, veniva coinvolto anche Paturzo Liberato, detto Cocò – dice Rapicano ai magistrati dell’Antimafia – Paturzo va inserito nel clan D’Alessandro in un ruolo apicale. Tutti i lavori che venivano eseguiti a Castellammare di Stabia e Gragnano dovevano essere gestiti da Liberato Paturzo». E persino i condomini erano costretti a scegliere le ditte dell’imprenditore, afferma ancora Rapicano. «Non c’era un amministratore di condominio che aveva la libertà di assegnare i lavori a ditte diverse da quelle riconducibili a Paturzo. Se qualche condominio non si rivolgeva al Paturzo erano guai seri per gli amministratori». Ma non solo. Secondo Rapicano il raggio d’azione delle imprese di Paturzo andava ben oltre i pur redditizi lavori condominiali. Estendendo i propri confini anche sul settore pubblico. «Non c’era lavoro pubblico o privato a Castellammare che non venisse fatto dal Paturzo». E di ditte l’imprenditore ne gestirebbe, direttamente o indirettamente – sostiene l’Antimafia – almeno 5. Negli organigrammi delle imprese, dato ritenuto importante dal giudice, risultano assunti, negli anni scorsi, parenti di boss di Scanzano. Ma anche gente del calibro di Antonio Rossetti – uno dei capi della cupola dei D’Alessandro  –  e nel 2017 anche Annamaria Molinari, la moglie di Leonardo Di Martino, il capoclan di Gragnano alleato proprio con i padrini di Scanzano. Assunzioni ritenute, almeno in parte, fasulle dalla Dda e dal gip che ritiene quel dato un ulteriore prova dell’appartenenza dell’imprenditore al clan D’Alessandro. E oltre a Rapicano di Paturzo parlano altri due pentiti: Renato Cavaliere e Salvatore Belviso. Dai loro racconti, sostiene l’Antimafia, emergerebbe che Paturzo avrebbe imposto la tassa del clan alle ditte appaltatrici, in maniera diretta oppure attraverso il sub-appalto ad alcune sue imprese impegnate nel settore del calcestruzzo. O ancora con la fornitura di materiali.

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