Camorra e politica a Castellammare, 30 anni di ombre. I nomi di 4 politici negli atti dell’Antimafia

Tiziano Valle,  

Camorra e politica a Castellammare, 30 anni di ombre. I nomi di 4 politici negli atti dell’Antimafia

Trent’anni di ombre nei rapporti tra camorra e politica a Castellammare di Stabia. Trent’anni di presunte rivelazioni e virgolettati che finiscono agli atti dei processi, senza riuscire mai veramente ad accertare se ci sono commistioni e come, in qualche modo, avrebbero favorito il clan D’Alessandro. Il quadro che viene fuori dalle oltre 700 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Napoli, Fabrizio Finamore, che hanno portato all’arresto di 16 persone ritenute dall’Antimafia affiliate alla cosca di Scanzano, è inquietante. Secondo i giudici il clan D’Alessandro ha la «capacità di influenzare i pubblici poteri». Ma, va detto, nessuno dei nomi di politici scritti nell’ordinanza – e riportati in questo articolo – risulta oggi indagato e fino a prova contraria, per tutti, potrebbe trattarsi di millanterie. Recentemente l’Antimafia ha riaperto le indagini sul delitto del consigliere comunale Sebastiano Corrado, del 1992, e volendo provare a fare un rapido excursus tra verbali di pentiti e captazioni telefoniche finite agli atti dell’ultima inchiesta, bisogna risalire più o meno a quel periodo per trovare i primi punti di contatto tra il Comune e il clan. Nel 1994, per la precisione, secondo un collaboratore di giustizia, Sergio Mosca sfruttava i contatti con due dipendenti comunali peravere carte d’identità e documenti falsi, oltre che informazioni sugli appalti e gli atti che le forze dell’ordine acquisivano a Palazzo Farnese. Più avanti nel tempo, negli anni dell’amministrazione di centrosinistra eletta del 2005, secondo il pentito Salvatore Belviso: «Al momento delle elezioni del sindaco di Castellammare di Stabia, Pasqualino D’Alessandro ha dato l’ordine di appoggiare Salvatore Vozza». Una stagione in cui si consuma l’omicidio di Gino Tommasino, consigliere comunale del Pd, e lo stesso Belviso sostiene: «Sergio Mosca ha dato l’ordine di ucciderlo, perché non aveva rispettato gli impegni». In quel periodo il killer, ora collaboratore di giustizia, racconta anche di aver incontrato l’allora consigliere comunale Carlo Nastelli: «Mi ha consegnato la documentazione degli appalti pubblici del Comune, sui quali noi del clan dovevamo imporre estorsioni dal 3 al 5 per cento». Un altro pentito, Pasquale Rapicano, parla invecedi Antonio Pannullo, l’ex sindaco che denunciò il fiato della camorra sul collo, al momento del rimpasto di giunta del 2017: «Antonio Rossetti delegava Carmine Barba a chiudere estorsioni piccole, come ad esempio, quella commessa in danno di una impresa edile con Daniele Imparato, imprenditore aiutato anche dal precedente sindaco Pannullo per ottenere qualche lavoro pubblico a Castellammare». L’excursus si chiude con un’intercettazione che risale a maggio 2018, a pochi giorni dal voto che avrebbe sancito il ballottaggio tra i candidati sindaci Gaetano Cimmino e Andrea Di Martino, poi vinto dal primo. In una conversazione tra l’imprenditore Gerardo Delle Donne e il boss Sergio Mosca spunta fuori il nome di Michele Serrapica, candidato a sostegno di Cimmino con la lista di Forza Italia. Un partito definito «buono» da Delle Donne, al quale il boss garantisce voti (non troppi «altrimenti lo danneggiamo»), tessendo le lodi dell’allora coordinatore provinciale, oggi deputato, Antonio Pentangelo: «E’ un bravo ragazzo, l’ho conosciuto a casa di quello degli orologi».

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