Anna, uccisa dai Gionta per aver sputato in faccia ai killer di suo figlio: ergastolo al boss Onda

Ciro Formisano,  

Anna, uccisa dai Gionta per aver sputato in faccia ai killer di suo figlio: ergastolo al boss Onda

Quel delitto ha rappresentato una delle pagine più nere della storia di Torre Annunziata. Una donna uccisa in strada, sotto gli occhi di tutti, soltanto per aver sputato in faccia agli assassini di suo figlio. Uno sfregio che la camorra non le ha mai perdonato. Oggi, a 17 anni esatti da quel delitto, il processo è chiuso. Per la giustizia l’assassino ha un nome e un cognome: Umberto Onda, lo spietato boss dei Gionta che per un periodo è stato in cima alla cupola della cosca. Fu lui ad uccidere Anna Barbera, la sessantatreenne di Torre Annunziata massacrata in via Vesuvio, ai confini con Trecase, il 12 marzo del 2004. La parola fine sul processo al padrino di Palazzo Fienga l’hanno scritta i giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione. Una sentenza con la quale è stato rigettato il ricorso del capoclan e confermata la condanna all’ergastolo per Onda emessa il 9 novembre del 2018 dalla Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Napoli. Un verdetto importante perché quel delitto, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, rappresenta il vero “manifesto” della ferocia di cui è stata capace la criminalità organizzata in quegli anni. Basti pensare che qualche giorno dopo verrà ammazzata un’altra donna, Matilde Sorrentino. I killer le spararono in bocca perché aveva avuto il coraggio di parlare nella città dell’omertà. Facendo i nomi dei pedofili che abusavano di suo figlio. Per questa vicenda è imputato un uomo dei Tamarisco, sodalizio criminale specializzato nel traffico di droga e attivo nel rione Poverelli. Storie diverse unite però da un’unica trama: la sete di vendetta. La furia assassina che non si ferma nemmeno davanti ad una donna. Un contesto nel quale nasce il delitto di via Vesuvio. Dieci anni prima di essere ammazzata Anna Barbera aveva perso un figlio, ucciso in un agguato nel febbraio del 1994. La donna, nel corso del processo per quel delitto, si scagliò contro gli assassini. Uno sgarro che le costerà la vita. La sessantatreenne è a bordo della sua auto, una Fiat 500 rossa vecchio modello. E’ andata a fare la spesa. Onda lo sa. E assieme ad Aniello Nasto e Michele Palumbo – i due pentiti che oggi lo accusano di essere l’esecutore materiale del delitto – organizza l’agguato. Al finestrino della donna si affianca uno scooter. A bordo ci sono due uomini. Quello seduto dietro tira fuori dal cappotto una pistola calibro nove e comincia a sparare. Solo due colpi. Entrambi a segno. Entrambi alla testa. Entrambi fatali. La donna si accascia sullo sterzo in una pozza di sangue. Quando arrivano i soccorsi è troppo tardi. La dinamica non lascia dubbi: è stata un’esecuzione di chiaro stampo mafioso. In quest’ottica si muovono sin da subito le indagini delle forze dell’ordine. Ma per squarciare definitivamente i veli su quel delitto servirà anche il contributo di chi, assieme a Onda, ha programmato e realizzato il delitto. Ossia dei due pentiti, Nasto e Palumbo, altri due esponenti di spicco del gruppo di fuoco dei Valentini in quegli anni di piombo. Sono proprio loro a raccontare ai magistrati dell’Antimafia che a tirare il grilletto è stato Umberto Onda. Il boss spietato e sanguinario, l’ex primula rossa catturato in infradito dopo essere scappato in Grecia, ora si trova sepolto vivo al regime del 41-bis, il temuto carcere duro. Le inchieste condotte dall’Antimafia hanno dimostrato che Onda è stato tra i protagonisti della faida di camorra. Il boss è già stato condannato all’ergastolo, condanna confermata in Cassazione, per la così detta mattanza torrese, cioè il massacro degli ex soldati del clan Limelli.

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