I pentiti: «La festa di San Michele un inno al boss D’Alessandro»

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I pentiti: «La festa di San Michele un inno al boss D’Alessandro»

«Ero un ragazzino quando l’ho conosciuto per la prima volta. E’ arrivato a bordo di un’auto blindata. La guidava Giuseppe Verdoliva. Ricordo che c’era un sacco di gente nel quartiere che voleva festeggiare il ritorno a Scanzano di D’Alessandro Michele o che voleva semplicemente salutarlo. A Scanzano, dottore, Michele D’Alessandro era considerato un santo». E’ il 2015 quando Renato Cavaliere, boss pentito, racconta all’Antimafia del suo “battesimo” da camorrista. E racconta, soprattutto, chi era per Castellammare di Stabia, Michele D’Alessandro. Il boss, il padrino, il capo dei capi. Il camorrista morto in carcere nel 1999 per un attacco di cuore. Ma anche il criminale che dal nulla ha messo in piedi uno dei clan più ricchi, potenti e spietati della camorra campana. Quei ricordi di un giovane affiliato destinato a diventare assassino prima e pentito poi, non sono però la semplice “cartolina” di un passato lontano.  Quando i boss venivano pubblicamente “idolatrati” dai loro seguaci come fossero dei benefattori anziché dei camorristi senza scrupoli. Dalla morte di don Michele sono trascorsi ormai ventidue anni. Una vita intera. Ma a Scanzano la camorra che non dimentica chi ammazzare non ha mai scordato nemmeno il suo padrino. Il clan lo ricorda ogni anno. Il 29 settembre. Il giorno, guarda caso, di San Michele. Il sacro che si mischia alle liturgie della criminalità. Un copione che viene raccontato tra le pagine di una delle tantissime intercettazioni finite al centro dell’inchiesta “Domino 2”, l’indagine che sette giorni fa ha decapitato la cupola del clan, travolgendo la triade di comando che secondo l’Antimafia avrebbe guidato la cosca fino a qualche anno fa. Una triade di cui, assieme a Sergio Mosca, ‘o vaccaro e ad Antonio Rossetti, ‘o guappone, faceva parte anche Giovanni D’Alessandro, alias “giovannone”. Ed è proprio lui, l’erede di quella stirpe criminale, che nel 2017 si sarebbe dovuto occupare – secondo gli inquirenti – dei festeggiamenti, tra l’altro «patrocinati dal Comune stabiese», come viene ribadito in calce al provvedimento cautelare eseguito la scorsa settimana a carico di 16 indagati. Un dato che secondo gli inquirenti emergerebbe da un’intercettazione nella quale Rossetti e Mosca – pochi giorni prima di San Michele – parlano proprio del compito affidato a D’Alessandro. I due ras della cosca – entrambi ritenuti figure apicali del clan – parlano addirittura di «cantanti» che avrebbero dovuto partecipare alla festa e che il clan avrebbe dovuto contattare. Per l’Antimafia quella conversazione è una prova del fatto che la festa del quartiere sarebbe stata utilizzata come strumento di celebrazione per il padrino. Il boss che dal nulla ha creato quel clan. Una cosca che negli ultimi anni ha avvolto in una morsa mortale l’intera città.

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