Ercolano, il boss al 41-bis vuole il diploma: «E’ pericoloso, niente prof in cella»

Ciro Formisano,  

Ercolano, il boss al 41-bis vuole il diploma: «E’ pericoloso, niente prof in cella»

Torre del Greco/Ercolano. La didattica a distanza o in presenza può rappresentare uno strumento per veicolare i messaggi del boss recluso al 41-bis. E’ quanto ha stabilito un’ordinanza firmata dal tribunale di Sorveglianza di L’Aquila nel 2019 e confermata, nei mesi scorsi, da una sentenza della Corte di Cassazione. Al centro di quel provvedimento – le cui motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi – c’è la battaglia legale portata avanti da Natale Dantese, padrino ergastolano di Ercolano ritenuto tra i capi del clan Ascione-Papale la cosca che fino al 2010 è stata protagonista della guerra di camorra contro il clan Birra-Iacomino.

Dantese, considerato tra i registi di quella stagione di sangue, sta scontando una condanna definitiva al carcere a vita per l’omicidio di Salvatore Barbaro, vittima innocente della camorra ucciso nel 2009 solo perché aveva la stessa auto di un boss del clan rivale. Da anni il padrino di via Canalone è sepolto vivo al 41-bis, il temutissimo carcere duro. E dietro le sbarre il boss, tra un processo e l’altro, ha deciso di provare a diplomarsi in ragioneria. Una strada, quella dello studio, calcata negli ultimi decenni anche da altri personaggi di spicco della camorra vesuviana. Da Ferdinando Cesarano a Pasquale Gallo, il boss di Torre Annunziata che in cella ha conseguito tre lauree e che oggi chiede permessi premio per uscire dal carcere duro.

Ma oltre all’autorizzazione a iscriversi all’istituto superiore Dantese ha chiesto che l’amministrazione penitenziaria provvedesse a fornirgli i libri di testo necessari e che addirittura consentisse l’ingresso in carcere di un docente, almeno due volte a settimana. O, in alternativa, gli venisse data la possibilità di partecipare alla didattica a distanza via Skype dal carcere duro. Richieste ritenute però in larga parte inaccettabili dai giudici del tribunale di sorveglianza. Per quanto riguarda i libri – si legge nella ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Cassazione – è possibile ottenere sussidi ma non la fornitura gratuita di tutti i testi. Per quanto riguarda, invece, l’ingresso di un docente in carcere o il collegamento via Skype con un professore si tratta – scrivono i giudici – «di una modalità non prevista dalla normativa penitenziaria anche per intuibili esigenze di sicurezza».

Secondo il tribunale di sorveglianza, infatti, c’è «l’elevato rischio di veicolazione dei messaggi da o verso l’esterno». In sostanza, secondo i giudici, il diritto allo studio del detenuto è garantito ma va «contemperato con le esigenze di ordine e di sicurezza sottesa regime del 41-bis». D’altro canto Secondo i legali di Dantese, questa pronuncia, rappresenta però una violazione dei diritti umani. Per la Cassazione il tribunale di sorveglianza ha «analizzato puntualmente» la necessità di coniugare il diritto del detenuto allo studio con le esigenze di sicurezza connesse al 41-bis. Tradotto: se il boss vuole studiare dovrà comprarsi i libri da solo e rinunciare alle lezioni online o alla didattica in presenza nel braccio di massima sicurezza dove sta scontando l’ergastolo.

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