Omicidio Cerrato a Torre Annunziata, la città ai giudici: «Nessuna pietà per le quattro belve»

Ciro Formisano,  

Omicidio Cerrato a Torre Annunziata, la città ai giudici: «Nessuna pietà per le quattro belve»

Nessuna pietà per gli assassini. Nessuna clemenza per chi ha ucciso un onesto padre di famiglia. Nessuna “attenuante” per chi è accusato di aver conficcato nel petto di Maurizio Cerrato quella lama da undici centimetri al termine di una banale discussione. E’ la voce di Torre Annunziata che rimbalza tra i vicoli e le strade del web. Una voce che sibila come uno schiaffo per i garantisti chiamati – giustamente – a trovare un equilibrio tra ciò che c’è scritto sui codici e ciò che chiede la gente. La stessa città che qualche anno fa ha “condannato” senza appello i presunti responsabili del crollo di Rampa Nunziante (la tragedia che nel luglio 2017 è costata la vita a 8 persone) oggi invoca nuovamente «giustizia». E allora anche l’esclusione dell’aggravante della premeditazione – riconosciuta ai presunti assassini di Maurizio Cerrato in sede di udienza di convalida del fermo qualche giorno fa – ha suscitato la rabbia di chi assiste a questa storia con il timore di poter rimanere vittima della stessa mano. C’è chi dice che le presunte “bestie” – i 4 indagati arrestati per l’omicidio – «saranno fuori nel giro di un paio di anni». C’è chi si chiede come sia possibile escludere la premeditazione dato che «chi offende una persona con un’arma impropria è perfettamente cosciente che quell’arma può procurare la morte». «Secondo la loro mente criminale, chiunque occupasse quel posto auto, sarebbe andato a scontrarsi con loro. Nonostante si tratti  di suolo pubblico – scrive un nostro lettore – Quindi le intenzioni ed i presupposti ci sono tutti per la premeditazione». Considerazioni di pancia lontane – come detto – dai concetti giuridici e dai cavilli che muovono la macchina della giustizia. Cavilli di cui non sembra interessare molto alla gente che chiede «pene esemplari» per i presunti assassini accusati di aver picchiato, immobilizzato e ucciso il povero Maurizio la sera del 19 aprile scorso. Va chiarito che sulla vicenda della premeditazione, nell’ordinanza sottoscritta qualche giorno fa, il giudice spiega che non sarebbe trascorso abbastanza tempo tra la decisione di commettere l’omicidio e l’esecuzione dello stesso (lasso temporale quantificato in circa 15 minuti). E che dunque gli indagati non avrebbero avuto «modo di riflettere» su ciò che realmente stavano per fare. Una decisione  – fondata anche su alcune sentenze della Cassazione – che però non convince nemmeno la Procura. In questi giorni i pm sono a caccia di prove sia per rendere più solido il castello di accuse a carico degli indagati sia per riuscire a rafforzare anche l’ipotesi della premeditazione. Le voci della città bagnata dal sangue dell’ennesima tragedia però non ammettono sconti per i presunti assassini. La stessa città che grida in strada e sui social la sua rabbia. La stessa città che però troppo spesso si è voltata dall’altra parte.

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