Racket, imprese e affari con la politica: a processo13 boss di Castellammare

Ciro Formisano,  

Racket, imprese e affari con la politica: a processo13 boss di Castellammare

Per l’Antimafia le prove raccolte sono schiaccianti. E i tredici indagati finiti in carcere nell’ambito dell’inchiesta “Domino 2” – l’ultima mega-indagine sugli affari del clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia – rischiano di finire tutti a processo. Il pubblico ministero della Dda, Giuseppe Cimmarotta, il pm che indaga sugli affari della camorra stabiese, ha chiesto il giudizio immediato per i 13 indagati coinvolti nell’inchiesta che a marzo scorso ha portato a 15 arresti. Un’inchiesta dai contorni drammatici – le accuse hanno retto anche alla prova del Riesame – capace di squarciare i veli sulle dinamiche della cupola di Scanzano, sui rapporti con i colletti bianchi, sulle ditte in odore di mafia e sugli ambigui intrecci tra politica e criminalità organizzata. Proprio all’indomani di quel blitz eseguito dai carabinieri è, infatti, scattata la richiesta di invio della commissione d’accesso a Castellammare di Stabia. Ipotesi tutt’ora al vaglio di Prefetto e Ministro dell’Interno.  Un’ordinanza di quasi 800 pagine per raccontare decine di estorsioni commesse ai danni delle imprese del territorio. Una morsa infernale costruita dal clan per soffocare le ditte e poi mettere le mani su intere aziende. Sullo sfondo l’usura, lo spaccio, il traffico di droga, il riciclaggio dei soldi sporchi.  E ancora i progetti per ammazzare i pentiti. L’indagine nasce proprio dall’omicidio di un ex collaboratore di giustizia, Antonio Fontana, ammazzato ad Agerola nel luglio del 2017. I D’Alessandro, come scrive il gip nell’ordinanza, «sono una delle più potenti e meglio strutturate consorterie criminali in attività». Un clan nel quale avrebbero assunto un ruolo apicale Giovanni D’Alessandro, erede della dinastia di Scanzano che recentemente è stato assolto, in primo grado, nell’inchiesta parallela, quella legata allo spaccio. Ma anche Sergio Mosca, alias ‘o vaccaro, ritenuto anch’egli figura di vertice della cosca. Dietro di loro Antonio Rossetti, alias ‘o guappone, considerato dagli inquirenti il coordinatore delle attività estorsive. E poi Carmine Barba e Liberato Paturzo. Paturzo, già coinvolto nell’inchiesta Olimpo, viene indicato dai pentiti come una figura di primo piano della cosca. Un imprenditore legato mani e piedi ai D’Alessandro in grado di mettere le mani su tutti gli appalti, pubblici e privati, tra Castellammare e Gragnano.

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