Rivolta in carcere a Poggioreale, 22 imputati. C’è anche il figlio del boss

Ciro Formisano,  

Rivolta in carcere a Poggioreale, 22 imputati. C’è anche il figlio del boss

Sedici giugno 2019. Nel cuore del padiglione “Salerno” del carcere di Poggioreale esplode l’inferno. Dalle celle affollate viene lanciato di tutto. Uova, piatti, persino carte incendiate contro gli ispettori della sorveglianza. Nei corridoi riecheggia il suono delle gavette battute contro le sbarre. Dei suppellettili distrutti. Dei cavi elettrici strappati dalle pareti. E dell’acqua che viene fuori dai rubinetti aperti. Un fiume che nel giro di poche ore avrebbe allagato l’intero reparto, causando danni per migliaia di euro. Una rivolta feroce contro il sistema sanitario in carcere. Una rabbia resa ancor più forte dalla morte, nei mesi precedenti, di alcuni detenuti.  A due anni da quella giornata di follia, la Procura di Napoli ha chiuso il fascicolo e chiesto il rinvio a giudizio per 22 persone. Ventidue imputati, all’epoca dei fatti detenuti. Ventidue uomini di Napoli, Caserta, ma anche di Torre del Greco, Castellammare di Stabia, Pompei. E persino Fabio Di Martino, figlio di Leonardo, detto ‘o lione, boss della camorra di Gragnano. Le accuse contestate, a vario titolo,  sono di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e interruzione di pubblico servizio. Rischiano condanne fino a 7 anni di reclusione che possono diventare 10 con le aggravanti del caso. E soprattutto rischiano l’esclusione – per chi è attualmente detenuto – dai benefici e i permessi. Ma procediamo con ordine. Questo processo nasce da un’indagine aperta dall’allora pm Nunzio Fragliasso, oggi capo della Procura di Torre Annunziata. Fu proprio Fragliasso a partecipare alle operazioni che portarono a sedare la sommossa. Secondo la ricostruzione fornita all’epoca dei fatti l’agitazione di massa avrebbe visto protagonisti oltre 200 ristretti. I detenuti avrebbero inscenato la rivolta per chiedere l’immediato ricovero di un altro soggetto recluso nelle celle del padiglione. Una richiesta pressante legata al fatto che nei mesi e nei giorni precedenti erano stati registrati alcuni decessi. Vicende per le quali, già a febbraio, i familiari delle vittime avevano anche inscenato delle proteste alle porte del penitenziario partenopeo. Un antipasto di quelle che sono state, a marzo del 2020, le rivolte legate alla pandemia e alla richiesta di “indulto” arrivata da 19 penitenziari italiani (con un bilancio di 14 morti). Ma torniamo a quel 16 giugno. Alle agitazioni di Poggioreale e alle indagini. Un’inchiesta, quella della Procura di Napoli, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di ventidue persone. Tutte ritenute coinvolte negli scontri. Tutte accusate di aver avuto un ruolo nei gravi danneggiamenti. Ieri mattina, dinanzi al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Napoli, il pm ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti. Nelle prossime ore dovrebbe essere comunicata la decisione. Poi toccherà ai legali decidere se optare per il rito ordinario oppure per l’abbreviato. Il collegio difensivo (composto tra gli altri dagli avvocati Roberto Cuomo, Antonio de Martino e Mauro Porcelli) ha posto l’accento sulla presunta assenza di prove a carico degli imputati. Gli indizi chiave dell’indagine sono infatti racchiusi nelle relazioni degli agenti della polizia penitenziaria. Una vicenda complessa che al di là delle presunte responsabilità dei singoli vede come protagonista il sistema sanitario in carcere. Un sistema messo alla prova, in questi mesi, anche dagli effetti della pandemia che ha sconvolto il mondo.

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