Giosuè, trovato morto sulla nave a Venezia: un test può risolvere il mistero. La famiglia: «Fu ucciso»

Salvatore Dare,  

Giosuè, trovato morto sulla nave a Venezia: un test può risolvere il mistero. La famiglia: «Fu ucciso»

Riesumare la salma per effettuare una serie di nuovi esami medico-legali. Tra cui una sorta di test che possa servire a verificare se ci sono lesioni ossee anche nell’area del collo e della spalla. Motivo? L’eventuale presenza di traumi può rappresentare un ulteriore potenziale indizio del fatto che Giosuè Sorrentino, il marittimo di Sant’Agnello morto a bordo della nave Bianca Amoretti il 24 aprile 2016, non si suicidò. A sostenerlo sono legali e consulenti della famiglia del giovane che continuano a sostenere che il ragazzo fu vittima di un omicidio. Di diverso avviso invece gli investigatori, che sono convinti che Giosuè si uccise utilizzando una fresa della sala macchine, procurandosi da solo una profonda ferita al collo risultata probabilmente fatale. L’inchiesta sulla morte di Sorrentino è a un momento decisivo: nonostante le richieste di archiviazione formulate dalla Procura di Venezia, si attende il deposito di una nuova perizia di un consulente nominato a febbraio dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia, Luca Marini. La questione legata a una possibile riesumazione della salma di Sorrentino è di stretta attualità. «Giosuè non si è tolto la vita, ma è stato ammazzato» ripete l’avvocato Antonio Cirillo che, assieme alla collega Luigia Ruggiero, rappresenta la famiglia. Qualora fosse possibile procedere con nuovi accertamenti sui resti del ragazzo, insomma, per i difensori ci sarebbe la chance di carpire ulteriori elementi che possano confutare la tesi del suicidio. Per causare addirittura lesioni ossee, è questa sostanzialmente l’idea della famiglia Sorrentino e dei legali, sarebbero servite più persone per bloccare la vittima sotto la fresa. Prima di avanzare un’istanza per riesumare il cadavere, bisognerà attendere le conclusioni del perito del gip, il medico legale Valentina Meneghini. Gli avvocati della famiglia Sorrentino chiedono l’imputazione coatta per omicidio di tutto l’equipaggio della nave, e sostengono che le indagini restano incomplete. La famiglia Sorrentino, prima del lockdown dell’anno scorso, invitò i magistrati a ordinare una nuova consulenza necroscopica sui reperti e sulle fotografie dell’esame autoptico, il test del dna sui mozziconi di sigarette rinvenuti a bordo (anche nella cabina di Sorrentino, che non era un fumatore), analisi sulle suole delle scarpe sequestrate a tutto l’equipaggio, nonché accertamenti sui prelievi di sostanze prelevate da sotto le unghie del marittimo dal consulente tecnico della Procura di Venezia durante l’autopsia, con la comparazione coi campioni di dna prelevati con tamponi di saliva di tutto l’equipaggio. Per la famiglia, esistono segni di una resistenza della vittima «ai suoi aggressori». Vengono mosse pesanti perplessità pure sulle dichiarazioni rese dai componenti dell’equipaggio, tutte molto simili («Sembrano scritte in fotocopia» si legge negli atti dei difensori). Senza dimenticare che, secondo i legali, «si è cercato di far passare Sorrentino per una persona depressa e con problemi esistenziali, cosa che per nulla corrisponde alla realtà». Il marittimo «era una persona piena di vita».

CRONACA