L’amarezza dell’ex sindaco Troiano: “La stagione dei primi cittadini non ha dato scosse”

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L’amarezza dell’ex sindaco Troiano: “La stagione dei primi cittadini non ha dato scosse”

Sergio Troiano, ex sindaco di Gragnano, lontano da anni dalla vita amministrativa: la politica sta vivendo un momento di forte difficoltà. C’è una evidente crisi di rappresentanza, testimoniata anche dall’astensionismo a livelli record.

Come si è arrivati a questo punto secondo lei?

«Vedo anch’io una crisi di fiducia molto preoccupante. Non solo verso la politica e i partiti, ma anche verso il futuro e la stessa democrazia. È un fenomeno comune a molte Nazioni dell’Occidente. In Italia, la sfiducia è andata crescendo negli ultimi decenni perché i partiti tradizionali, tutti, si sono dimostrati incapaci di proporre soluzioni ai grandi temi del nostro tempo e dell’Italia in particolare. Il populismo grillino nasce da questa delusione. In un mondo sconvolto da un capitalismo senza freni e dai cambiamenti tecnologici, le Destre ripropongono follie sovraniste; gran parte della Sinistra ha introiettato l’idea che al neoliberismo ‘non ci sono alternative’ e, di conseguenza, appare balbettante sul tema dei diritti al lavoro, ad un salario equo, ad un ambiente pulito e ad un futuro sostenibile e dignitoso per tutti».

Lei fu protagonista, insieme ad altri, della stagione dei sindaci. Cosa rappresentò quel periodo per voi e per il territorio?

«Credo che io e gli altri sindaci del ‘93 rappresentammo speranza. Il 1992 fu un anno terribile per l’Italia e, in particolare, per il Mezzogiorno. Eravamo già allora in piena crisi economica; c’erano state le stragi di mafia in Sicilia e, con Tangentopoli, emergevano chiare complicità tra criminalità e politici. In Campania impazzava la guerra di camorra; nei comuni del napoletano, a Gragnano come a Castellammare, gli omicidi e le sparatorie erano cronaca quotidiana. Il Comune di Gragnano aveva dichiarato fallimento e più di mezzo Consiglio Comunale era inquisito per reati gravi. La gente era disorientata, oppressa da un misto di paura e rassegnazione. Era un clima disperante. Bisognava reagire. Credevo, come credo, che la legalità sia alla base di ogni possibilità di convivenza civile e di progresso. Con molto coraggio, e altrettanta incoscienza, accettai la sfida di candidarmi a sindaco e di provare a riportare Gragnano alla normalità. Sono stato sindaco dal ‘93 alla fine del ‘99. Credo di aver lasciato la mia città in condizioni decisamente migliori di quelle in cui si trovava quando mi era stata affidata dal voto popolare».

Nella sua Gragnano, in questi mesi, diversi episodi di cronaca hanno riaperto il dibattito sulle occasioni mancate e sul futuro negato di un’area con grandi opportunità. Quali errori sono stati commessi?

«Più di uno. Errori dei partiti. Errori dei cittadini che non sempre hanno votato con oculatezza i loro rappresentanti. Errori degli amministratori che non hanno fatto bene e non abbastanza. In special modo in termini di impegno per la legalità e per la trasparenza dell’azione amministrativa. Ma per comprendere le vicende del nostro territorio bisogna avere uno sguardo aperto oltre la cornice locale. Molti dei problemi dei Comuni del Sud nascono da limiti politici e legislativi, regionali e nazionali».

Le manca la politica attiva?

«Amo la Politica come scienza per migliorare la vita di tutti. Quella attiva, però, non mi manca, perché so che è estremamente faticosa e so che costa la rinuncia ad interessi altrettanto nobili come lo studio e la ricerca».

Perché decise di lasciare e di abbandonare ogni forma di partecipazione politica?

«Mi delusero profondamente la faziosità dei partiti e gli eccessi di personalismi che misero in difficoltà la mia maggioranza, costringendomi alle dimissioni. Dopo quella esperienza non volli trasformarmi in un politico di professione».

Recentemente ha firmato, con altri sindaci, una lettera di sostegno ad Antonio Bassolino: come nasce questa idea?

«Nasce spontaneamente, tra noi ex sindaci, come atto dovuto ad un politico di altissimo profilo intellettuale e morale ed anche come risposta ad un centro sinistra burocratico ed arrogante».

La politica italiana sembra ormai divisa tra populismo e sovranismo: c’è ancora qualche forza politica che si preoccupa dei problemi veri e non dei like su facebook. «Sono piuttosto scontento degli attuali partiti. E molto preoccupato per i sondaggi che premiano una pessima Destra. Tuttavia ho grande stima per alcune personalità della Sinistra che dimostrano capacità di analisi, visione e idee che condivido».

Dall’esterno quale ritiene che sia il destino di quest’area alle prese con problemi endemici e, nel caso di Castellammare, anche con una commissione d’accesso?

«Il territorio stabiano, come gran parte del Sud è imprigionato in una trappola di precarietà. C’è un ritardo culturale che nasce da un ritardo strutturale. La criminalità e la mancanza di spirito civico si alimentano di povertà diffusa, disoccupazione e bassi redditi, ai quali si sommano assenza dello Stato e insufficienza di servizi. Come il serpente che mangia la sua coda, questo perdurante stato di cose fa da palla al piede di ogni progetto o tentativo di cambiamento. Per liberare la Campania e il Mezzogiorno dalla sua trappola bisogna ricorrere al principio che il benessere è cumulativo. Ciò che occorre è prendere per le corna il toro della precarietà con una scossa forte, una lotta senza quartiere, radicale e definitiva alla criminalità e alla disoccupazione. Riducendo l’area della precarietà, i criminali possono essere isolati e, con il rispetto delle regole di convivenza, si potrà aprire una prospettiva di sviluppo sociale e civile».

E’ stato fatto davvero tutto in termini di promozione e recupero per salvare questo territorio?

03«Si è fatto moltissimo da parte di pochi volenterosi eccellenti e di alcune realtà di volontariato. Penso al recupero della Valle dei Mulini a Gragnano e al dinamismo culturale di Castellammare. E, invece, non si è fatto molto, non abbastanza, o poco, pochissimo; e in pratica, niente di trasformativo da parte delle istituzioni locali. Occorre dirlo?»

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