Il sistema dei fannulloni del Comune di Pompei, così truffavano lo Stato

Salvatore Piro,  

Il sistema dei fannulloni del Comune di Pompei, così truffavano lo Stato

Fannulloni comunali condannati, le motivazioni del giudice: «riscontri confluiti nel dato di una sistematica timbratura fraudolenta». E ancora: «taluni imputati, per conto proprio o in favore di altri colleghi, solevano attestare falsamente la presenza al lavoro». Sono questi i passaggi salienti che si rintracciano tra le pieghe delle 104 pagine della sentenza di primo grado, con motivazione contestuale, scritta lo scorso 2 maggio dal giudice monocratico del Tribunale di Torre Annunziata per inchiodare i 17 presunti furbetti del cartellino nella sede comunale di Palazzo de Fusco.  Diciassette dipendenti pubblici, alcuni già andati in pensione, condannati con pene, tutte sospese, che oscillano tra il minimo di un mese fino al massimo di un anno e cinque mesi. Il giudice, nella stessa sentenza, ha riconosciuto il risarcimento danni all’amministrazione comunale ora guidata dal sindaco Carmine Lo Sapio. Ammonterebbero infatti a decine di migliaia di euro i danni subiti dai vertici di Palazzo de Fusco e dagli stessi cittadini di Pompei. Si tratta insomma di un maxi-risarcimento, che verrà liquidato in sede civile. Nel frattempo è però arrivata la sentenza penale: 104 fitte pagine che ricostruiscono il presunto sistema illecito. Un meccanismo fraudolento smascherato dalle indagini condotte nel 2015 dagli agenti del commissariato di polizia di Pompei. Un “sistema” di assenteismo con truffa ai danni dello Stato addirittura confermato – nel corso del processo che, complessivamente, ha coinvolto 26 dipendenti comunali (tra questi 5 mandati assolti per ‘non aver commesso il fatto’, 3 per ‘particolare tenuità’ e uno perché, nel frattempo, deceduto, ndr) – all’udienza chiave del 25 marzo 2019 dal teste della difesa Michele Fiorenza. Questi, all’epoca dei fatti, ricopriva l’incarico di Dirigente presso l’ufficio tecnico comunale. «Escusso all’udienza – si legge infatti nella sentenza – il Fiorenza denunciava di aver più volte redarguito i suoi dipendenti in ordine all’irregolarità della prassi messa in atto dagli stessi allorquando solevano timbrare il tesserino per conto di colleghi. Riteneva, infatti, che nessuno potesse essere esonerato dall’obbligo di provvedere personalmente alla timbratura, e che occorresse segnalare la prestazione di servizio esterno, pur se autorizzata, tramite digitazione del codice apposito. Per questi motivi, pur adducendo scusanti in ordine alla condotta posta in essere dai dipendenti, ne licenziava la prassi autorganizzativa, denunziandone l’incongruenza rispetto alle prescrizioni contrattuali e di servizio«. Le indagini, documentate tramite registrazioni video e fotografie, avrebbe consentito di accertare come qualche furbetto del badge, dopo aver timbrato o fatto timbrare ad altri il suo cartellino, era «impegnato» in altre attività come fare acquisti in supermercati della zona oppure andare al bar. L’inchiesta, condotta dall’allora dirigente del Commissariato di Pompei Angelo Lamanna, coinvolse inizialmente 45 impiegati: per 18, il pm decise di archiviare il caso. Secondo l’accusa, alcuni dipendenti timbravano anche di domenica per andare in chiesa oppure a giocare ai videopoker.

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