La prof in trincea: “Le famiglie fragili lasciate da sole”

vilam,  

La prof in trincea: “Le famiglie fragili lasciate da sole”

«La pandemia ha sicuramente aumentato il fenomeno drammatico della dispersione scolastica. Ma ha solo evidenziato quello che gli addetti ai lavori sapevano già: dove c’erano maggiori assenze in territori fragili quelle sono aumentate. E negli stessi luoghi e nella stessa zona di fragilità si è verificata anche l’assenza dalla didattica a distanza». Anna Riccardi è una docente di Lettere di un istituto superiore napoletano. Ma è anche la presidente della Fondazione Figlie di Maria, un ente che si occupa di offrire un sostegno ai bambini che vivono in zone disagiate del capoluogo.

Professoressa Riccardi, dunque, sembra di capire che la pandemia ha solo aumentato i rischi laddove i rischi c’erano già?

“E’ cosi: la dispersione si è manifestata dove già c’erano le fragilità. A Posillipo al Vomero, i ragazzi in Dad si collegavano lo stesso. Così credo sia andata anche in quei quartieri dei comuni della provincia dove il disagio è più forte».

Qual è il limite, secondo lei, nell’affrontare questa situazione?

«Che si deve agire prima e non dopo con le chiacchiere. Se ci fossero state volontà politiche forti, i ragazzi a scuola sarebbero potuti andare anche durante la pandemia. Proprio per una difficoltà rispetto alla dispersione, ad esempio, andavano messi in presenza a giorni alterni quegli alunni più difficili».

Eppure i fondi ci sono.

«Ma alla scuola non servono soldi a pioggia. Sarebbe bastato collegare la linea internet. Queste povertà culturali hanno bisogno di programmazioni, non di soldi. Vede ormai i cellulari li hanno tutti ma i giga no. Il dispositivo elettronico in famiglia, anche quella povera, esiste. Ma esiste per fare i tik-tok perché la scuola non importante. Nell’idea di alcune famiglie la scuola non è importante, ma il nostro compito è fargli capire l’essenzialità e la centralità della scuola».

Su questo tema, si muove anche il Prefetto.

«E’ nell’ennesima dimostrazione che il Prefetto di Napoli è una persona connessa con questa città. Ha dimostrato coi fatti e mi sta convincendo, sia nella gestione della pandemia che del contrasto alla criminalità, che si sta sporcando le mani. La sua leadership è concreta, chiede alle persone cosa fare. Ora queste iniziative devono trasformarsi in reti non solo dei tavoli. Ma, soprattutto, non devono rimanere isolate».

Con la Fondazione, durante la pandemia, non siete rimasti chiusi.

«Noi la mattina eravamo aperti e mettevamo a disposizione dispositivi e rete per gli studenti. Ma oltre al mezzo tecnologico, abbiamo mantenuto la relazione umana. Il punto è tenere insieme le generazioni».

Come ha fatto?

«Ho alzato i parametri della sicurezza: distribuivamo mascherine ffp2, non quelle chirurgiche, abbiamo allungato la distanza di due metri e abbiamo svolto attività educative all’esterno. Ho fatto il tampone solidale da novembre fino a marzo ogni 15 giorni, quello che è mancato nel tracciamento pubblico, io lo facevo gratis con la collaborazione di una farmacia».

E’ difficile in un momento come questo immaginare il futuro della scuola? «Fare scuola in Campania era difficile anche prima della pandemia.  È evidente che la scuola è presenza e contatto. Durante la pandemia ogni mattina chiamavo zii, nonni e genitori per far svegliare i ragazzi che non si collegavano. C’era chi diceva: non mi compete, ma lo facevo lo stesso. Purtroppo la scuola non è una priorità per la nostra classe politica».

CRONACA