Castellammare. Clan D’Alessandro, sentenza Sigfrido: 19 condannati a 152 anni di carcere

Ciro Formisano,  

Castellammare. Clan D’Alessandro, sentenza Sigfrido: 19 condannati a 152 anni di carcere

Diciannove condanne, 152 anni di carcere complessivi. Boss, affiliati, fiancheggiatori e spacciatori ritenuti colpevoli. Si chiude con questo verdetto l’ennesimo capitolo del processo infinito che vede alla sbarra il gotha della camorra stabiese degli anni ’90. Un fascicolo che racchiude un pezzo di storia della criminalità di Castellammare. C’è la genesi della camorra di oggi, ci sono le dinamiche e le gerarchie del clan D’Alessandro, ci sono i silenzi dei pentiti terrorizzati o ammazzati dal clan. C’è l’intreccio mortale e inestricabile che unisce la cosca e i suoi colletti bianchi. E c’è anche la storia di uno dei processi più lunghi della storia che tra rinvii e cavilli si trascina nelle aule di tribunale ormai da decenni.

Un processo che si era concluso ma che per un errore procedurale – qualche anno fa – è ricominciato da capo. Un processo finito, almeno in primo grado, ieri pomeriggio. Intorno alle 15, quando il collegio presieduto dal giudice Francesco Todisco ha emesso il verdetto. Condanne assai più miti rispetto alle richieste dell’Antimafia – la Dda aveva invocato oltre 3 secoli di carcere complessivi – anche se per sette imputati è stato riconosciuto il vincolo della continuazione con precedenti sentenze, alcune delle quali anche per il reato di omicidio aggravato dalle finalità mafiose.

Diciotto anni è la condanna inflitta a Pasquale D’Alessandro, il boss al 41 bis ed erede della dinastia criminale di Scanzano. A seguire i 14 anni per Luigi Vitale, ritenuto componente della famiglia del centro antico specializzata nello spaccio di sostanze stupefacenti. A seguire tutti gli altri tra cui spiccano i 16 anni per Ernesto Mas e i 4 anni per Raffaele Di Somma, alias ‘o ninnillo. Tra gli imputati anche Antonio Rossetti, protagonista delle ultime inchieste dell’Antimafia e ritenuto attualmente tra le figure di spicco della cosca assieme a Sergio Mosca e Giovanni D’Alessandro.

Rossetti è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere per Sigfrido con il riconoscimento della continuazione. Una sentenza che al di là dei cavilli e calcoli conferma la solidità dell’impianto accusatorio nonostante il tempo trascorso da quella indagini e il silenzio dei pentiti. Uno dei particolari più inquietanti di questo processo – sottolineato nella sua requisitoria dal pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta – è stato proprio questo: la fuga dei collaboratori di giustizia. Diversi pentiti che con le loro dichiarazioni aprirono uno squarcio nella Gomorra stabiese hanno, infatti, deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Una decisione che assume contorni sinistri perché arrivata dopo l’omicidio di uno di quei pentiti. Il delitto che nel 2017 è costato la vita ad Antonio Fontana, ex collaboratore ammazzato ad Agerola.

Dei pentiti che per paura sono fuggiti dal processo l’accusa ha chiesto e ottenuto comunque l’acquisizione dei vecchi verbali. Importanti, in questo senso, saranno le motivazioni dei giudici. Motivazioni che verranno sicuramente impugnate dal collegio difensivo (composto dagli avvocati Antonio de Martino, Alfonso Piscino, Francesco Romano, Gennaro Somma e Renato D’Antuono). Anche perchè non è da escludere che un pezzo di quest’ultima sentenza possa essere cancellato dalla prescrizione.

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