Castellammare. Beffa dopo le maxi-condanne ai D’Alessandro, si rischia la prescrizione

Tiziano Valle,  

Castellammare. Beffa dopo le maxi-condanne ai D’Alessandro, si rischia la prescrizione

E’ stata una sentenza a suo modo storica. Una condanna arrivata al termine di un processo infinito e tortuoso. Uno dei più lunghi procedimenti penali della recente storia italiana. Ma quel verdetto, emesso giovedì pomeriggio dal tribunale di Torre Annunziata (152 anni di carcere complessivi per 19 imputati alla sbarra) potrebbe essere ridimensionato nel giro di qualche mese. Secondo i calcoli della difesa, infatti, già a novembre potrebbe scattare la prescrizione per alcuni reati contestati ai protagonisti di “Sigfrido”, il processo che vede alla sbarra, tra gli altri, alcuni esponenti di spicco della camorra di Castellammare di Stabia tra cui il boss Pasquale D’Alessandro.

Tra rinvii e cavilli procedurali, infatti, nel giro di 5 mesi sarà prescritto il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Una rarità assoluta nel panorama giudiziario italiano, visto che questo reato viene dichiarato estinto dopo oltre 20 anni. Le accuse contestate ai 19 imputati condannati venerdì pomeriggio risalgono, in alcuni casi, a fine anni ’90. Tutto a causa di un cavillo che in Cassazione, qualche anno fa, portò all’annullamento di tutte le condanne emesse in primo e secondo grado, rispedendo il processo alla casella di partenza.

Ma non tutte le imputazioni contestate dall’Antimafia saranno cancellate in seguito al ricorso in Appello. La prescrizione non interesserà, per ora, i soggetti condannati nella veste di capi dell’associazione mafiosa e non saranno prescritti i reati collegati al traffico di sostanze stupefacenti (per i quali sono previste pene edittali più alte).

L’inchiesta, seppur datata, rappresenta comunque un punto di partenza importante – secondo l’Antimafia – per analizzare la storia della camorra stabiese e del clan D’Alessandro. Ma soprattutto per congiungere le vecchie dinamiche della cosca con gli attuali scenari. A cominciare dal tentativo di sterminio dei collaboratori di giustizia un tempo vicini alla cosca.

Un dato certificato – come ribadito nella sua requisitoria dal pubblico ministero, Giuseppe Cimmarotta – dall’omicidio di Antonio Fontana, uno dei collaboratori che avrebbe dovuto testimoniare in questo processo, e dai silenzi degli altri pentiti che dopo quel delitto hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. E ancora le gerarchie della cosca, la discendenza familiare, gli intrecci che ieri come allora uniscono i D’Alessandro al loro esercito di colletti bianchi. Poi la scia dei soldi: quelli investiti nel traffico di droga e quelli riciclati in usura e così dette “attività pulite”. E anche i delitti di cui il clan si è macchiato nel corso di questi anni.

Temi lambiti da quell’inchiesta vecchia di oltre vent’anni e ritornati di strettissima attualità nelle indagini che in questi ultimi mesi hanno travolto il clan. Inchieste, condotte dall’Antimafia, capaci di assestare colpi durissimi alla cosca, con centinaia di arresti e condanne nel giro di pochi anni.

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