Castellammare, l’Antimafia mette in ginocchio i boss: 192 arresti in 4 anni, decapitati 5 clan

Ciro Formisano,  

Castellammare, l’Antimafia mette in ginocchio i boss: 192 arresti in 4 anni, decapitati 5 clan

Trenta inchieste sfociate in  altrettanti provvedimenti di custodia cautelare. Centonovantadue misure eseguite, gran parte delle quali per arresti in carcere o ai domiciliari. Indagini che hanno prodotto processi capaci di portare, nei vari gradi di giudizio, a qualcosa come 130 condanne (alcune delle quali definitive) per oltre un millennio di carcere complessivo. E ancora altre inchieste ancora nella fase preliminari oppure giunte a dibattimento che rischiano di costare l’ennesima spallata al gotha della criminalità organizzata. Sono i numeri che fanno tremare l’impero di Gomorra a Castellammare di Stabia. La camorra impenetrabile e spietata che per decenni ha seminato morte e terrore oggi è con le spalle al muro. Messa in ginocchio dall’enorme lavoro imbastito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli grazie al contributo sul campo di poliziotti, carabinieri e finanzieri. Un lavoro mastodontico, messo insieme dal pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta, il magistrato che è stato capace di aprire uno squarcio nei mille misteri della criminalità stabiese, portando dietro le sbarre i vertici di quella cupola criminale che per troppo tempo ha condizionato la vita e lo sviluppo di un territorio ricco di risorse e bellezze. Un percorso cominciato nel 2017, quando sono scattati i primi blitz che hanno colpito gli esattori delle cosche. Poi è toccato ai boss, ai fiancheggiatori, agli imprenditori ritenuti vicini alla criminalità organizzata, agli insospettabili colletti bianchi accusati di aver aiutato i clan ad arricchirsi a dismisura, diventando di fatto padroni della città.

5 clan nel mirino

Cinque i clan colpiti dalle indagini e quattro le città coinvolte. Da Castellammare a Gragnano passando per Pompei e Pimonte. Territori diversi, uniti però da un unico comune denominatore: le mire della camorra. Una camorra dai mille volti: assassina, feroce, ma anche imprenditrice, liquida, aperta alle innovazioni. La cosca più colpita dalle indagini della Dda è anche la più potente: i D’Alessandro. In questi ultimi anni sono una ventina i provvedimenti cautelari che hanno portato alla luce gli affari del clan per 79 arresti complessivi. Tre le inchieste chiave: “Olimpo”, l’indagine sulle estorsioni che ha coinvolto anche i Cesarano, i Di Martino e gli Afeltra. Ma anche i due processi partiti dall’indagine “Domino”, il fascicolo innescato dalla caccia ai killer di Antonio Fontana, l’ex pentito ammazzato ad Agerola nel 2017. Domino è l’inchiesta che ha portato alla luce l’esistenza di una nuova cupola criminale alla guida della ricchissima cosca. Un gotha che avrebbe avuto persino rapporti con la politica, come raccontano gli atti, le intercettazioni e i verbali dei collaboratori di giustizia. Nuovi pentiti come Pasquale Rapicano, ex sicario del clan, grazie al quale gli inquirenti sono riusciti a incastrare i presunti assassini di Raffaele Carolei e Pietro Scelzo: due vittime della guerra tra clan che ha avuto il suo apice agli inizi degli anni duemila. Dietro le sbarre sono finiti però anche i rappresentanti dei così detti gruppi satellite che orbitano attorno all’universo di Scanzano. Dagli Imparato, i potenti narcos del rione Savorito, ai Vitale, la cosca dei “mariuoli” del centro storico di Castellammare. Ma le attenzioni dell’Antimafia si sono concentrate anche sui business dei Cesarano, la cosca di Ponte Persica attiva nella periferia stabiese e nella città di Pompei. Sono ben 48 le misure cautelari eseguite a carico degli eredi del padrino Ferdinando Cesarano. Indagini capaci di ricostruire la capillare ed asfissiante attività estorsiva gestita dal clan. Soldi riciclati poi nell’economia pulita o addirittura nell’usura: come dimostra un’inchiesta che poco dopo la fine del lockdown ha portato all’arresto del boss Nicola Esposito. E tra gli obiettivi centrati dalla Dda, in questi anni, c’è anche il via libera per il trasloco al carcere duro di esponenti di spicco dell’organizzazione. Come Luigi Di Martino, alias ‘o profeta, ritenuto l’erede di Ferdinando Cesarano. Ma le inchieste dell’Antimafia hanno travolto anche un’altra cosca importante che rappresenta un punto di riferimento sul fronte della produzione di sostanze stupefacenti: i Di Martino di Gragnano. Un clan legato mani e piedi ai D’Alessandro, guidato – per la Dda – da Antonio Di Martino, figlio di Leonardo ‘o lione, arrestato a dicembre del 2020 dopo due anni di latitanza. Un clan tirato in ballo anche per le vicende connesse all’omicidio di Nicholas Di Martino, nipote del boss Nicola Carfora, assassinato nel maggio del 2020. E ancora le ultime indagini che nei mesi scorsi hanno portato alla luce l’esistenza di un nuovo clan attivo nel rione Moscarella, un sodalizio pronto a scendere in campo investendo i proventi della droga nelle armi con l’obiettivo di spodestare i vecchi padrini.

Lo scenario

Oltre a colpire al cuore i clan, le inchieste della Dda hanno anche fatto luce sulle dinamiche delle cosche, restituendo un ritratto preoccupante. A cominciare dalla camorra che mette le mani sugli appalti, pubblici e privati: una piovra che allunga i suoi tentacoli sulle istituzioni. Ipotesi che hanno spinto il Ministero dell’Interno a inviare a Castellammare la commissione d’accesso. Il lavoro degli inquirenti ha confermano il potere economico sconfinato gestito dalle cosche. I pentiti, ad esempio, hanno raccontato che solo dallo spaccio i D’Alessandro incassano ogni anno qualcosa come 6 milioni di euro. Cifre simili a quelle raccolte grazie alle estorsioni. Da atti, verbali e informative, viene fuori che tutti pagano la camorra. E chi non lo fa la finanzia con altri sistemi. Verità rimaste sepolte che oggi vengono alla luce grazie al lavoro degli inquirenti. Verità che sono costate una marea di condanne ai vertici delle cosche. Verità e numeri che possono rappresentare un punto di partenza per rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, spingendo le vittime dei clan a denunciare. A spezzare, finalmente, le catene che da troppi anni frenano il rilancio e lo sviluppo di un territorio che ora può davvero provare a liberarsi dal cancro della camorra.

CRONACA