Scandalo voto di scambio a Torre del Greco, ultima condanna per i Massella. Nuove ombre sul Comune

Alberto Dortucci,  

Scandalo voto di scambio a Torre del Greco, ultima condanna per i Massella. Nuove ombre sul Comune
Il seggio dello scandalo

Torre del Greco. Due e anni e due mesi di reclusione al padre, quattro anni di carcere al figlio: sono le condanne definitive incassate da Giovanni Massella e Ciro Massella, gli eredi del boss Ciro Montella – ucciso a marzo del 2003 in un agguato di camorra a Ercolano – a capo della «squadra elettorale» messa in piedi dall’ex assessore Simone Onofrio Magliacano e dall’ex consigliere comunale Stefano Abilitato alla vigilia del voto del 2018. A scrivere la parola fine al braccio di ferro giudiziario legato alle «elezioni delle 20 euro» concluse con il trionfo di Giovanni Palomba la settima sezione penale della suprema corte di cassazione, pronta a confermare i verdetti già firmati dal gup Antonello Anzalone del tribunale di Torre Annunziata e dai magistrati della corte d’appello di Napoli.

L’ultimo ricorso

La sentenza-bis emessa a ottobre del 2020 era stata impugnata dai difensori degli eredi del boss, a caccia di ulteriori sconti di pena per la «collaborazione» offerta agli investigatori in occasione delle indagini scattate il giorno della corsa alle urne. Non solo: attraverso i propri legali, Giovanni Massella – ex testimone di giustizia, pronto i varie occasioni a millantare un «rapporto privilegiato» con i carabinieri e il pubblico ministero Pierpaolo Filippelli – ha provato a «contestare» il ruolo di promotore e organizzatore dell’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione elettorale, mentre il figlio ha cercato nuovamente di «derubricare» a semplici pistole giocattolo le armi detenute in casa e «costate» un ulteriore anno di reclusione all’ex netturbino-precario. Obiezioni respinte al mittente dal collegio presieduto dal giudice Enrico Giuseppe Sandrini, con padre e figlio condannati pure al pagamento delle spese processuali e di una multa da 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.

Le nuove ombre

All’interno delle 5 pagine delle motivazioni della sentenza, gli ermellini ripercorrono le fasi salienti dell’ennesimo scandalo elettorale all’ombra del Vesuvio e sottolineano come il «ruolo apicale» di Giovanni Massella fosse stato confermato da diversi coimputati nonché dalle riprese video – emblematico il filmato in cui si vede l’erede del boss contare i soldi da distribuire agli elettori – e dalle intercettazioni agli atti dell’inchiesta. Non solo: gli ermellini evidenziano come già a partire dalle sentenza di primo grado «viene dato conto delle dichiarazioni minatorie rivolte a Simone Onofrio Magliacano e dell’intenzione di organizzare spedizioni punitive contro chi avesse offeso Stefano Abilitato». Di stringente attualità, infine, il «collegamento con la vicenda relativa all’associazione Centro Onlus – la stessa a cui l’amministrazione comunale targata Giovanni Palomba ha successivamente affidato l’organizzazione di eventi e manifestazioni in città, non ultima la kermesse estiva costata 30.000 euro in soldi pubblici – in cui si rilevano profili di rilievo penalistico». Rigettata, poi, la tesi della mancata «valorizzazione» della collaborazione con gli investigatori: la condanna di primo grado è stata fissata dalla pena base sul minimo edittale e non a caso si è fermata a «soli» due anni e due mesi rispetto ai tre anni incassati dai colletti bianchi attraverso il patteggiamento.

La questione armi

Spazzata via, infine, l’obiezione sulle pistole giocattolo detenute da Ciro Massella. Secondo i giudici della settima sezione penale della suprema corte di cassazione le armi immortalate nei video estrapolati dallo smartphone del ventiseienne di corso Garibaldi – in cui si vede il netturbino-precario impugnare anche una mitraglietta – devono «essere contestualizzate nelle conversazioni captate, in cui gli interlocutori fanno riferimento certo all’acquisto e alla detenzione di armi vere». Di qui, la conferma dell’anno di reclusione da aggiungere ai tre stabiliti per il «mercimonio elettorale» andato in scena a Torre del Greco alla vigilia della corsa alle urne del 2018.

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