Omicidio Fontana a Castellammare, il clan programmò 3 agguati prima del massacro

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Omicidio Fontana a Castellammare, il clan programmò 3 agguati prima del massacro

Il clan D’Alessandro voleva uccidere Antonio Fontana e sterminare l’intera famiglia dei “fasano”. Per farlo la cosca aveva programmato tre diversi agguati (mai andati a segno) prima del massacro realizzato ad Agerola nel luglio del 2017. E’ quanto emerge dai racconti resi dal rapinatore Giovanni Brano, componente del nuovo clan di Santa Caterina, nell’ultima udienza del processo per l’omicidio di Raffaele Carolei Brano è stato sentito nel corso del procedimento che vede imputati Giovanni Savarese e Gaetano Vitale, entrambi accusati di aver ucciso e fatto sparire nel nulla l’affiliato degli Omobono-Scarpa nel 2012 assieme ai fratelli Pasquale e Catello Rapicano. La sua testimonianza è stata però incentrata, soprattutto, attorno all’omicidio di Antonio Fontana, delitto irrisolto sul quale ha da tempo puntato i riflettori l’Antimafia. Secondo Brano i D’Alessandro avrebbero tentato ben tre volte di uccidere il ras dei “fasano”, programmando tre agguati. A cominciare dal folle piano stragista che prevedeva l’installazione di una bomba all’interno del cimitero di Castellammare di Stabia da far esplodere con un telecomando a distanza. Ordigno che doveva essere piazzato sotto alla tomba di un familiare del pentito. Un piano cestinato per il rischio di poter ammazzare anche tante persone innocenti.  Successivamente, come ha raccontato Brano rispondendo alle domande del pubblico ministero dell’Antimafia, Giuseppe Cimmarotta, il clan aveva programmato di uccidere ‘o fasano sotto casa sua, la domenica mattina.  Un delitto programmato ma anche stavolta annullato perché quel giorno in città c’era una maratona e c’era il rischio di sparare sui passanti o di essere arrestati. La morte di Fontana, dice Brano, era voluta dalla cupola dei D’Alessandro e in particolare da Antonio Rossetti e dal boss Luigi D’Alessandro. Sarebbe stato proprio D’Alessandro a chiedere a Savarese di uccidere Fontana. «Gli disse che lo perdonava per i reati commessi di Matrone e Verdoliva se lui ammazzava Fontana», le parole di Brano. Uno dei nodi di questo processo è infatti proprio il fatto che Savarese era un affiliato del clan Omobono-Scarpa, cosca che agli inizi del nuovo millennio ha dichiarato guerra ai D’Alessandro. Ma successivamente, secondo gli inquirenti, numerosi ex affiliati hanno deciso di rientrare nelle fila di Scanzano in cambio della loro partecipazione a delitti eccellenti (come l’omicidio Carolei). Brano ha anche sottolineato che Rossetti e Savarese, dopo i due tentativi falliti volevano ammazzare Fontana e tutta la sua famiglia davanti ai chioschi dell’Acqua della Madonna. Progetto anche questo arenato, almeno fino al massacro di Agerola. Un delitto dietro il quale, secondo l’Antimafia, c’è la mano della camorra di Scanzano.

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