«Può guidare il clan dal carcere»: niente sconti al boss Papale, resta al 41-bis

Alberto Dortucci,  

«Può guidare il clan dal carcere»: niente sconti al boss Papale, resta al 41-bis

Torre del Greco/Ercolano. Niente sconti per il boss Pietro Papale: il padrino dei «Bottoni» – il clan alleato con gli Ascione e attivo tra Ercolano e Torre del Greco – resta al 41-bis. Al carcere duro, isolato dai restanti detenuti della casa circondariale: «è pericoloso e potrebbe comunicare indebitamente con l’esterno per guidare la sua cosca». A scrivere la parola fine alle «speranze» del trentanovenne finito in cella con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Giorgio Scarrone – fratello dell’ex killer degli Iacomino-Birra, oggi collaboratore di giustizia, Agostino Scarrone – sono stati i giudici della settima sezione penale della suprema corte di cassazione di Roma. Pronti a confermare il 41-bis e a condannare il boss del clan dei «siciliani» al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.

La proroga e i ricorsi

Il verdetto del collegio presieduto dal giudice Luigi Fabrizio Augusto Mancuso arriva al termine di un braccio di ferro legale durato circa due anni e mezzo. Da quando, cioé, a gennaio del 2019 un decreto ministeriale prorogò il regime di detenzione al 41-bis a cui Pietro Papale era sottoposto dal 2015. Un provvedimento subito impugnato dai legali del figlio del fondatore della cosca, attraverso un reclamo respinto al mittente dal tribunale di sorveglianza di Roma a settembre del 2020. Di qui, la decisione di provare a giocare la «carta» del ricorso alla suprema corte di cassazione per ottenere la detenzione ordinaria per il boss. Inutilmente.

Il vertice della cosca

«Il ricorso va dichiarato inammissibile per la manifesta infondatezza e la genericità dei motivi addotti», la ferma bocciatura degli ermellini di Roma. Pronti poi a condividere le motivazioni alla base del primo rigetto del reclamo: «Pietro Papale è, insieme ai congiunti ugualmente detenuti, un elemento apicale e capo dell’omonima consorteria mafiosa federatasi con il clan Ascione – si legge all’interno della sentenza della suprema corte di cassazione – e tutt’ora operativa nelle zone di Ercolano». Una prima premessa, successivamente accompagnata da una serie di considerazioni sulla «pericolosità sociale» del boss e sull’assenza di «elementi sintomatici del venire meno del vincolo associativo».

Il boss resta pericoloso

Di qui, la riflessione dei magistrati, la concretezza del pericolo in caso di collocamento di Pietro Papale in regime ordinario di detenzione. «Il boss potrebbe indebitamente comunicare con l’esterno e con i compagni in detenzione», il rischio sottolineato dagli ermellini, evidentemente preoccupati dall’ipotesi di una «ripresa del comando» da parte di Pietro Papale. Una preoccupazione alla base del «no» definitivo alla revoca del 41-bis.

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