Verso una nuova dose J&J dopo tre mesi da l’inoculazione. Studio sulla durata dei vaccini

Redazione,  

Verso una nuova dose J&J dopo tre mesi da l’inoculazione. Studio sulla durata dei vaccini

Ad aprire il dossier è stata la Food and Drugs Administration statunitense (Fda) il 20 ottobre, dando il via libera al booster per il vaccino anti Covid Johnson&Johnson e raccomandandolo a tutte le persone dai 18 anni in su che abbiano ricevuto la prima dose almeno due mesi fa. Ora per un milione e mezzo di cittadini italiani, di tutte le età, potrebbe essere indicato in tempi stretti di sottoporsi a una nuova somministrazione a distanza di tre mesi dalla prima inoculazione, presumibilmente con un immunizzante a mRna. Infatti in assenza di dati definitivi sulla durata dell’efficacia del vaccino J&J, gli scienziati ritengono che gli studi pubblicati nel Regno Unito su AstraZeneca facciano testo anche per l’immunizzante di Janssen, che usa lo stesso meccanismo ad adenovirus.

E proprio su questa argomento domani si riunirà la Commissione tecnico consultiva dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) a cui il Ministero della Salute ha chiesto un parere in seguito alla decisione della Fda americana, che ha anche autorizzato contestualmente l’uso per il richiamo di un vaccino diverso da quello ricevuto inizialmente, strategia denominata ‘mix and match’. Intanto arriva da Israele la conferma della necessità di una dose di rinforzo per i vaccinati contro il Covid per proteggersi dal rischio di contagiarsi anche se immunizzati. Dallo studio di diverse istituzioni israeliane, compreso il ministero della Salute, e pubblicato sul New England Journal of Medicine, emerge che la protezione offerta del vaccino cala dopo circa sei mesi dalla seconda dose e continua a ridursi progressivamente fino a esporre i vaccinati all’infezione, specie laddove è più diffusa la variante Delta.

In Israele, primo Paese al mondo ad avviare una campagna di vaccinazione di massa contro il Covid, nonostante gli alti tassi di copertura vaccinale, da giugno di quest’anno i casi di infezione hanno ripreso a crescere di pari passo alla diffusione nel Paese della variante Delta, inducendo il governo a indicare una terza dose di richiamo già a partire da agosto. Lo studio ha analizzato le infezioni durante il picco estivo valutando i dati di 5 milioni di persone che avevano ricevuto le due dosi prima dell’estate. Tra l’11 e il 31 luglio si sono verificati 13.426 casi, 403 dei quali severi. “Il tasso di infezione ha mostrato un chiaro aumento in funzione del tempo trascorso dalla vaccinazione”, scrivono i ricercatori. Per esempio, tra gli ultra-sessantenni vaccinati a gennaio, il tasso di infezione è stato di 3,3 per 1.000 persone, in quelli vaccinati a febbraio scende a 2,2 infezioni per 1.000 persone, in quelli vaccinati a marzo si arriva a 1,7 infezioni per 1.000. Per i ricercatori è la prova che la recrudescenza estiva di Covid è stata causata, non dall’inefficacia del vaccino contro la variante Delta, ma da un progressivo calo della protezione acquisita. “Se non ci fosse un calo dell’immunità – spiegano – non ci sarebbero differenze nei tassi di infezione tra le persone vaccinate in momenti diversi”. Gli scienziati tuttavia avvertono: “Non abbiamo indicazioni precise su quanto duri nel tempo la copertura vaccinale contro l’infezione perchè il vaccino si fa solo da un anno”, dice Roberto Cauda, direttore dell’Unità operativa complessa malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma, “i sei mesi sono ormai sicuri e si pensa che dopo questo periodo di tempo ci sia un declino. Ma bisogna anche vedere come si valuta la durata: tenere in conto solo gli anticorpi non è un buon mezzo. Lo ha già detto la Fda specificando che l’immunità è anche a livello cellulare”.

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