Trenta auto bruciate e nessun colpevole, a Torre Annunziata vince ancora l’omertà

Giovanna Salvati,  

Trenta auto bruciate e nessun colpevole, a Torre Annunziata vince ancora l’omertà

C’è un dato che racconta quanto sia solido il muro di omertà a Torre Annunziata. E’ il numero dei roghi dolosi che hanno distrutto auto e furgoni dall’inizio dell’anno ad oggi. In tutto sono 30 le vetture divorate dalle fiamme negli ultimi 10 mesi, una media di un incendio ogni 30 giorni. Un dato che si somma alla lunga catena di episodi criminali che hanno fatto balzare Torre Annunziata in cima alle pagine di cronaca negli ultimi mesi. Sì perché complice l’omertà delle vittime per quei 30 raid non è mai stato incastrato nessun colpevole. Un numero che acquisisce un valore importante se si considera che gran parte degli incendi dolosi sarebbero legati a chiare minacce di stampo mafioso, come ritenuto dagli investigatori. Per lo più si tratterebbe di episodi commessi ai danni di soggetti al di sopra di ogni sospetto, forse vittime di intimidazioni o addirittura di richieste estorsive. Ma nel mirino della strategia del terrore ci sono anche parenti e persone vicine ai pregiudicati del posto. Soggetti ritenuti invischiati nelle nuove dinamiche criminali che hanno prodotto la guerra in atto nei vicoli di Torre Annunziata. Il dato delle auto incendiate e distrutte, infatti, va sommato ad altri numeri: quelli dell’escalation di violenza che ha visto protagonista la città dall’inizio dell’anno. Un bollettino da guerra che conta, oltre alle 30 auto incendiate, circa 40 episodi tra spari, stese, bombe carta piazzate ai piedi di abitazioni private e negozi. E ancora due omicidi in appena 4 mesi. Il primo ad aprile, quando venne assassinato Maurizio Cerrato, il sessantunenne assassinato per aver difeso sua figlia dopo una lite per un posto auto. Il secondo a settembre quando davanti alla chiesa di Sant’Alfonso è stato ammazzato da due sicari in motorino il pregiudicato Francesco Immobile. Un delitto, quest’ultimo, arrivato a 24 ore dal tentato omicidio di Michele Guarro, esattore del clan Gionta che riuscì a salvarsi la vita dopo una rocambolesca fuga dai sicari. L’apice di una guerra per il controllo delle estorsioni cominciata, secondo l’Antimafia, un anno e mezzo fa. A maggio del 2020, quando alcuni sicari tentarono di uccidere Giuseppe Carpentieri, genero del super boss Valentino Gionta. Carpentieri era uscito dal carcere da qualche giorno dopo oltre 27 anni dietro le sbarre e il suo ritorno in città, evidentemente, era stato considerato una potenziale  minaccia dai nemici della cosca. Da qui la lunghissima serie di episodi criminali che hanno fatto ripiombare nel baratro la città. Una città che nemmeno davanti alla violenza più feroce ha provato, sinora, a liberarsi dalle catene dell’oppressione mafiosa. E che il muro di omertà che protegge la camorra sia ancora solido lo certificano, oltre ai dati sulle auto incendiate, anche quelli sulle denunce di episodi estorsivi. Denunce che si contano sulle dita di una mano, mentre decine di imprenditori vittime del pizzo hanno deciso di scappare dalla città per uscire dal tunnel del racket. Una morsa infernale che sta stritolando la città.

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