Business delle pezze: condannati il regista del traffico illecito e il fratello di un politico di Ercolano

Salvatore Piro,  

Business delle pezze: condannati il regista del traffico illecito e il fratello di un politico di Ercolano

Pompei. Capannoni dei veleni a Pompei, l’Antimafia ottiene tre condanne in Appello. Pene complessive per circa 7 anni di carcere sono state inflitte dai giudici della Corte d’Appello a carico di Filippo Nocerino, Aniello Croce e Gaetano Riccio. Si tratta dei tre imputati principali nell’ambito del maxi-processo che, suddiviso in due filoni, coinvolge 11 persone. Ovvero i componenti di una presunta associazione a delinquere specializzata – secondo gli inquirenti – in un gigantesco traffico di rifiuti speciali all’ombra degli Scavi di Pompei. Per il capo dell’organizzazione criminale, il 50enne di Ercolano Filippo Nocerino, è arrivata la condanna più pesante: 3 anni di galera.

Confermata dunque in toto la pena inflitta al termine del giudizio di primo grado su richiesta del pm della Dda di Napoli, Giuseppe Cimmarota. Condanne confermate appello anche per i due presunti fiancheggiatori: Aniello Croce, originario di Napoli, dovrà scontare un anno e dieci mesi. Per Gaetano Riccio, dipendente della ditta incaricata della raccolta dei rifiuti a Ercolano nonché fratello di un politico della città degli Scavi, la pena è a un anno e otto mesi di carcere. I tre imputati avevano scelto di difendersi a processo con rito abbreviato, puntando quindi su un automatico sconto della pena. Una volta chiuse le indagini sullo sporco affaire rifiuti all’ombra degli Scavi, la Dda partenopea, nel 2018, chiese e ottenne però il rinvio a giudizio di altre 8 persone: Massimo e Giuseppe Cozzolino, Anna Concetta Miele, Gennaro Pignardelli, Marco Ciano, Ciro Scognamiglio, Ciro Formisano, Angelo Maione. Questi ultimi si difenderanno da ogni ipotesi di accusa nell’ambito di un secondo processo: si terrà con rito ordinario.

Secondo le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la presunta gang dei “veleni” avrebbe determinato la creazione di una potenziale bomba ecologica all’ombra degli Scavi. A Pompei, nel 2018, i finanzieri del Gruppo di Torre Annunziata scoprirono 13 capannoni industriali pieni zeppi di rifiuti speciali: seimila tonnellate di rifiuti erano infatti stipati in veri e propri bunker potenzialmente tossici, infine sequestrati al termine dell’inchiesta. L’indagine, secondo l’accusa, avrebbe rivelato un inquietante “quadro dal quale è emersa la sussistenza di una sistematica movimentazione di rifiuti provenienti da aziende operanti nel commercio al dettaglio e all’ingrosso di tessuti o abbigliamento nonché nel settore del relativo trattamento e smaltimento”.

Alcune imprese dell’hinterland napoletano e del casertano, una volta terminato il ciclo di trasformazione, si sarebbero così liberate in modo illecito dei rifiuti prodotti. Tutto sarebbe stato studiato per aggirare gli alti costi di smaltimento previsti dalla legge. A Pompei, i capannoni killer erano stati realizzati abusivamente in un fondo agricolo di 3600 metri quadrati. Al loro interno c’erano 11.500 balle di rifiuti speciali di carta, cartone, stracci di indumenti e scarti di lavorazione tessile per un peso complessivo di seimila tonnellate.

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