Oltre 10.000 casi, situazione critica nel Nord est. Nelle terapie intensive il 74% dei ricoverati non è vaccinato

Redazione,  

Oltre 10.000 casi, situazione critica nel Nord est. Nelle terapie intensive il 74% dei ricoverati non è vaccinato

Superata la soglia di 10.000 casi positivi di Covid-19 in Italia: è accaduto in poco meno di due settimane, tanto è il tempo necessario perché l’epidemia raddoppi la sua corsa esponenziale. E’ una crescita rapida, dicono gli esperti, e che sta facendo impennare tutti i valori nelle regioni del Nord Est, dove la situazione è critica sia per quanto riguarda l’incidenza, sia per i ricoveri nelle terapie intensive. Per quanto riguarda queste ultime, in particolare, in Friuli Venezia Giulia si è decisamente superata la soglia del 10% che è uno dei parametri per l’ingresso in zona gialla. Numeri alti anche in Veneto, dove si registra un incremento di circa 1.500 casi in 24 ore: è il secondo valore più alto a livello nazionale dopo gli oltre 1.800 casi registrato in Lombardia. I dati del ministero della Salute indicano che in un giorno i nuovi casi positivi sono aumentati da 7.698 a 10.172, individuati con 537.765 test fra molecolari e antigenici rapidi (il giorno prima erano stati 684.710).

Di conseguenza il tasso di positività è salito da 1,1% a 1,9%. Calcolato in base al rapporto fra i casi e isoli test molecolari, il tasso di positività è salito a 5,2%, secondo i calcoli del sito CovidTrends. In 24 ore il numero dei decessi è passato da 74 a 72 e, analizzando la tendenza delle ultime settimane emerge una tendenza alla crescita, anche se molto lieve. E’ invece più deciso l’aumento dei ricoveri. Nelle terapie intensive sono complessivamente 486, ossia 5 in più rispetto al giorno precedente; i nuovi ingressi in un giorno sono stati 39. Nei reparti ordinari, i ricoverati con sintomi sono 4.060, ossia 90 in più in un giorno. Guardando alle regioni, il maggiore incremento giornaliero di casi positivi si rileva in Lombardia, con 1.858, seguita dal Veneto (1.435) e poi da Lazio (944), Campania (871), Emilia Romagna (756), Friuli Venezia Giulia (687), Piemonte (618).

E’ alle regioni del Nord Est che guardano in questo momento gli esperti: per il matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘M.Picone’, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), fra le province con l’incidenza più alta, “3 sono in Friuli Venezia Giulia, 4 in Veneto, 1 in Emilia Romagna e 1 nella provincia autonoma di Bolzano. E’ quindi importante – osserva – controllare i flussi di persone in ingresso attraverso la frontiere con Slovenia e Austria”. Nel Friuli Venezia Giulia hanno avuto un ruolo molto importante anche gli assembramenti legati alle manifestazioni del 15 ottobre scorso. “I grafici mostrano con chiarezza che da quel giorno in poi i contagi hanno cominciato a salire”, dice il fisico Daniele Pedrini, coordinatore del sito Covidstat dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Sempre nel Friuli Venezia Giulia l’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) rileva che il Friuli Venezia Giulia è la regione italiana con le strutture sanitarie più appesantite dall’impatto dell’epidemia di Covid, con il 14% delle terapie intensive e il 13% di reparti ordinari occupati da pazienti Covid. In tutta Italia l’epidemia prosegue la corsa, con l’indice Rt decisamente sopra 1, anche negli ultimi giorni se la curva sembra rallentare leggermente la sua salita. E’ un segnale da controllare nei prossimi giorni, ma la crescita è decisamente alta.

Per il fisico Enzo Marinari, dell’Università Sapienza di Roma, “è difficile pensare che, se non stiamo molto attenti, le cose non finiscano per andare come sta accadendo in Germania. Indubbiamente – aggiunge – la situazione è estremamente difficile e adesso rischia anche di risentire gli effetti del clima, inoltre si avvicina il Natale e si rischia un’ulteriore crescita dei contagi. E’ una situazione – conclude – in cui le regole potrebbero aiutarci: probabilmente dovranno essere rafforzate”.

Il 74% dei ricoverati in terapia intensiva  non è vaccinato

Nonostante la variante Delta sia dominante, i vaccini continuano a fare ampiamente il loro lavoro di protezione dal virus SarS-CoV2. Ulteriore conferma arriva dai dati pubblicati dalla rete degli ospedali sentinella per il Covid della Federazione italiana aziende sanitarie ospedaliere (Fiaso) relativi alla settimana fino al 16 novembre. E i numeri parlano chiaro: il 74% dei ricoverati in terapia intensiva non ha ricevuto alcuna dose di vaccino o non ha completato il ciclo vaccinale. Solo il 26% dei pazienti positivi in intensiva ha avuto le due dosi. Il 70% dei casi di pazienti vaccinati e ricoverati presenta gravi comorbidità, cioè cardiopatia, obesità grave, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, neoplasia, oppure si tratta di persone dializzate, trapiantate o immunosoppresse, “sulle quali può essersi verificato un fallimento vaccinale causato proprio dalle patologie”.

Dallo studio emerge inoltre una differenza nell’età media tra vaccinati e non vaccinati ricoverati in terapia intensiva: l’età media dei vaccinati è di 70 anni, quella dei non vaccinati è di 61 anni. Intanto a livello nazionale, secondo il monitoraggio quotidiano di Agenas, restano stabili e lontane dalla soglia di allerta le percentuali dei posti in terapia intensiva e nei reparti ospedalieri occupati da pazienti Covid, rispettivamente al 5% e 7% di quelli disponibili.

Mentre a preoccupare è il Friuli Venezia Giulia, la regione italiana con le strutture sanitarie più appesantite dall’impatto del virus, con un aumento che porta al 14% le terapie intensive occupate da pazienti Covid (ovvero oltre la soglia d’allerta del 10%), e al 13% l’occupazione dei posti in reparto. La percentuale cresce anche in Liguria (al 5%), nella Pa di Trento (al 4%). A registrare un aumento nei reparti di area non critica sono però anche Campania (al 9%), Sicilia (al 10%), Lombardia (all’8%), Provincia autonoma di Trento (al 5%). L’attenzione intanto è puntata sul profilo delle persone completamente immunizzate e sane, pur se in percentuale molto bassa, ma che si sono contagiate e sono ora in rianimazione . “Le variabili possono essere molteplici – spiega Roberto Cauda, direttore dell’istituto di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma – a cominciare da chi è un non responder, ossia un individuo che non reagisce agli immunizzanti, al tempo trascorso tra la seconda dose e l’infezione, alla variante Delta che è estremamente contagiosa”. Per il presidente della Federazione aziende sanitarie ospedaliere Giovanni Migliore “l’analisi condotta conferma l’efficacia della vaccinazione nella protezione dalle forme gravi della malattia: la stragrande maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva è composta da non vaccinati, in buono stato di salute e più giovani rispetto ai vaccinati”.

Le informazioni raccolte dagli ospedali sentinella (di cui fanno parte tra gli altri gli Spedali Civili di Brescia, il San Martino di Genova, lo Spallanzani di Roma, il Policlinico di Bari, il Policlinico Tor Vergata della Capitale, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia) offrono chiaramente una media tra i dati rilevati. Ma ci sono strutture dove a essere ricoverati in rianimazione sono solo persone che non hanno ricevuto neppure una dose di vaccino. “Il dato dell’ospedale Cotugno di Napoli, punto di riferimento regionale della Campania per i ricoveri Covid, evidenza come quasi tutti i pazienti ospedalizzati siano non vaccinati e i pochi che lo sono presentino comunque una sintomatologia meno aggressiva”, riferisce Maurizio Di Mauro, direttore generale dell’azienda dei Colli Monaldi-Cotugno. “Nella nostra terapia intensiva il 100% dei pazienti risulta non immunizzato. A confronto con le precedenti ondate, l’ospedalizzazione è inferiore rispetto al tasso di positività: è la dimostrazione che i vaccini funzionano”.

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