Castellammare. Omicidio nella casa del Comune occupata dal killer, Rapicano: «Il sindaco ci aiutava»

Tiziano Valle,  

Castellammare. Omicidio nella casa del Comune occupata dal killer, Rapicano: «Il sindaco ci aiutava»

Catello Rapicano ha occupato abusivamente una casa del Comune per una decina di anni, assieme a moglie e figli. In quello stesso appartamento nel 2012 sarebbe stato commesso un efferato omicidio di camorra: Raffaele Carolei, ex esponente del clan Omobono-Scarpa, sarebbe stato strangolato e poi fatto sparire per sempre. La questione della casa è stata approfondita nel corso dell’ultima udienza del processo a carico di Giovanni Savarese, alias Cicchiello, e Gaetano Vitale, accusati di essere stati gli esecutori materiali di quel delitto, assieme ai fratelli pentiti Pasquale e Catello Rapicano. Il fatto che il killer pentito occupasse abusivamente quell’alloggio popolare gestito dal Comune è ritenuto un tema centrale dalla difesa di Savarese e Vitale (rappresentata dagli avvocati Antonio de Martino, Carlo Taormina e Giuliano Sorrentino). «I killer avrebbero progettato di eseguire quell’omicidio in un appartamento occupato abusivamente, correndo il rischio di un controllo improvviso da parte di personale del Comune e dei vigili urbani?», la domanda che pone la difesa. Ma Catello Rapicano, in aula, replica così: «Sono venuti un paio di volte in cinque, sei, sette, otto anni.

Lo sapevano tutti quanti che occupavo quell’abitazione». Insomma, nonostante per sua stessa ammissione faceva parte del clan D’Alessandro fin da piccolo e per conto della cosca di Scanzano avesse custodito armi e spacciato droga, scontando anche in carcere la sua pena, Rapicano non temeva assolutamente controlli in quell’abitazione occupata senza alcun titolo ormai da anni.

Ma non è tutto, perché dall’interrogatorio di Pasquale Rapicano, fratello di Catello, a sua volta collaboratore di giustizia spuntano anche altri sospetti: «Ricorda se sono state fatte ordinanza di sgombero a carico degli occupanti abusivi di questo palazzo in quel periodo?», è la domanda che viene posta al killer del clan D’Alessandro. E Rapicano risponde: «A mio fratello non gli è mai arrivato niente, perché il sindaco stava bene con noi», ma senza specificare a chi facesse riferimento con questa affermazione. Nel corso dell’udienza non viene approfondita la frase pronunciata dal collaboratore di giustizia anche perché per nulla attinente con l’omicidio di Raffaele Carolei, il cui corpo non è stato mai più ritrovato. Ma resta il fatto che ancora una volta, in un’aula giudiziaria, emergano i fantasmi di rapporti tra la politica cittadina ed esponenti della criminalità organizzata. Possibile che nei verbali ancora secretati dei due ex killer del clan D’Alessandro, oggi collaboratori di giustizia, possano esserci rivelazioni sui rapporti tra la camorra e i politici stabiesi. D’altronde, in alcuni verbali già depositati agli atti di altri processi, è stato lo stesso Pasquale Rapicano a raccontare che della ditta di pulizie che lavorava al Comune e di appalti che sarebbero stati assicurati a imprenditori vicini al clan di Scanzano.

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