Halil, il kamikaze sfuggito all’Isis e salvato a Pompei

Salvatore Piro,  

Halil, il kamikaze sfuggito all’Isis e salvato a Pompei

«I talebani volevano che diventassi un bambino kamikaze. Prima uccisero mio padre, che toglieva mine e bombe per conto degli americani. Poi, subito dopo, mi infilarono un sacco nero sulla testa, portandomi in un campo di addestramento vicino casa. Si trovava a Nangahar, in Afghanistan. Più provavo a ribellarmi, più dicevo ai talebani di non voler farmi esplodere per aria, contro i cristiani e gli stranieri, e loro più mi torturavano. Mi versavano l’olio bollente addosso, mi picchiavano a sangue. Ho ancora le cicatrici lungo il braccio destro, dietro la schiena, sul collo. Dopo dieci mesi, io e un mio amico riuscimmo a scappare dall’inferno. Attraversammo un lago in piena notte, ricordo che l’acqua era gelida, faceva un freddo cane. Io, alla fine, sono sopravvissuto. Il mio amico non l’ho più visto. Ora sono in Italia. Con i talebani di nuovo al potere, non metterò mai più piede in Afghanistan. Dopo vent’anni di guerra fatta dagli occidentali, nel mio paese la ferocia  è rimasta la stessa. E’ come se non fosse cambiato nulla». Hilal Hamidi, oggi, ha 26 anni: vive a Roma e qui lavora come responsabile di “Sushi Daily”, un franchising alimentare. Hilal aveva nove anni quando i talebani gli ammazzarono il papà per vendetta, provando poi ad addestrarlo come bimbo kamikaze. Era il suo «risarcimento» da riconoscere al regime per aver «tradito la legge coranica». «Ma mi sono ribellato, ho scelto la vita e la libertà. E’ la stessa strada che ora voglio far conoscere al mio fratellino e a mia mamma». Incontriamo Hilal, il kamikaze mancato, davanti al Santuario di Pompei. E’ qui che ha scelto di riabbracciare suo fratello, il piccolo Shaed, insieme a mamma Nazifa. Che è  timida e con noi decide di stare sempre zitta. Nazifa non indossa il burqa, ma l’hijab: il velo che copre capo e spalle. La famiglia afgana ha potuto riabbracciarsi, a Pompei, dopo 13 anni di lunghe attese, silenzi strazianti, burocrazia elefantiaca: una corsa a ostacoli tra visti per l’espatrio mai ottenuti, passaporti consegnati dall’ambasciata di Kabul, che ora è a Doha, dopo decine di inutili richieste. Il ricongiungimento familiare è stato infine reso possibile grazie a un avvocato di Pompei, esperto in diritto internazionale, il giovane Carlo Michel Giordano, contattato sul web da Hilal dopo il ritorno al potere dei talebani in Patria. «Ero disperato, volevo portare in Italia mia mamma e Shaed – racconta Hilal – averli finalmente abbracciati per me rappresenta la fine di un altro incubo». Hilal, Nazifa e Shaed hanno scelto il Santuario di Pompei per la prima foto scattata insieme dopo 13 anni. Ad accoglierli in piazza Bartolo Longo, domenica scorsa, l’avvocato Giordano in compagnia della sua compagna, Annalisa Paduano, social media manager che lavora temporaneamente presso l’Hub vaccinale di Pompei. A spingere per l’incontro della famiglia, in città, anche l’assessore comunale alle Politiche Sociali Vincenzo Mazzetti. La famiglia afgana, domani, partirà per Roma, dove Hilal – che è cittadino italiano – ha affittato un monolocale in provincia, vicino Ladispoli. L’ultimo dramma è stato sfiorato poco prima che mamma Nazifa e il piccolo Shaed prendessero un aereo, partendo giovedì scorso da Bergamo per arrivare infine a Pompei. «Mia mamma e mio fratello hanno atteso il volo, dormendo in un Hotel, il Serena, che è molto popolare, è vicino a Kabul. Erano stati avvisati di essere molto prudenti – conclude Hilal – e infatti, due giorni dopo la loro partenza, una bomba piazzata vicina all’hotel ha fatto 35 morti».

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