Trema la camorra di Castellammare: i boss del pizzo rischiano 92 anni di cella

Ciro Formisano,  

Trema la camorra di Castellammare: i boss del pizzo rischiano 92 anni di cella

L’inchiesta che ha squarciato i veli sui torbidi intrecci tra camorra e colletti bianchi rischia di costare carissima a boss e colonnelli del clan D’Alessandro. A otto mesi dal blitz che ha portato dietro le sbarre i vertici della cupola criminale di Scanzano, l’Antimafia chiede il pugno duro per gli imputati coinvolti nel filone processuale con rito abbreviato nato dall’indagine “Domino bis”. In tutto novantadue anni di carcere complessivi e pene tra i dodici e i sedici anni per le figure principali dell’inchiesta. Tra questi c’è Sergio Mosca, detto ‘o vaccaro, ritenuto figura di spicco del clan. Agli atti dell’inchiesta c’è anche una intercettazione nella quale Mosca parla dell’appoggio – per le elezioni comunali del 2018 – ad un candidato di Forza Italia. Per il boss il pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta ha chiesto sedici anni di carcere. Stessa pena richiesta anche per Giovanni D’Alessandro (erede della stirpe criminale di Scanzano) e per Antonio Rossetti, alias ‘o guappone. Rossetti, D’Alessandro e Mosca sono ritenuti le tre figure di vertice dell’associazione per delinquere di stampo mafioso specializzata in usura, estorsione, traffico di armi e droga ricostruita dalle indagini coordinate dall’Antimafia e condotte dai carabinieri. A chiudere il cerchio i quattordici anni chiesti dalla Dda per Liberato Paturzo, ritenuto l’imprenditore del clan, l’eminenza grigia della cosca nel settore degli appalti pubblici. E’ di tredici anni, invece, la richiesta di condanna per Antonio Longobardi, detto “ciccillo”, considerato il custode delle armi del clan. E ancora i dodici anni per Ettore Spagnuolo, ritenuto uno degli esattori al soldo della cosca. A chiudere i 4 anni per Luigi Biondi, accusato di aver detenuto un’arma per conto dei D’Alessandro e i sedici mesi richiesti per Sabato Schettino: entrambi – a differenza degli altri imputati – non rispondono del reato associativo. A dicembre cominceranno le discussioni difensive e in quella sede gli avvocati Antonio De Martino, Alfonso Piscino, Renato D’Antuono, Gennaro Somma e Mariano Morelli, proveranno a scalfire il castello accusatorio eretto dall’Antimafia.L’inchiesta “Domino bis”, nata dalle indagini sull’omicidio dell’ex pentito Antonio Fontana, rappresenta il secondo filone del fascicolo che ha travolto la cupola del clan di Scanzano. Un’indagine che tassello dopo tassello ha fatto cadere tutti i pezzi della dinastia criminale che da decenni tiene in scacco Castellammare di Stabia. Un’indagine che però ha fatto anche luce sugli interessi della camorra negli appalti pubblici, sui rapporti oscuri tra il clan e i colletti bianchi e sulla tentacolare attività estorsiva imbastita dalla cosca. Non a caso pochi mesi dopo il blitz in municipio è piombata la commissione d’accesso inviata dal Prefetto di Napoli per far luce sulle possibili infiltrazioni mafiose in municipio. Un lavoro, quello degli 007, che si è concluso nei giorni scorsi e che potrebbe portare finanche allo scioglimento dell’amministrazione comunale.

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