Quattro colpi di pistola al petto, così il prof di Torre Annunziata ha ucciso la badante

Giovanna Salvati,  

Quattro colpi di pistola al petto, così il prof di Torre Annunziata ha ucciso la badante

E’ seduto sul gradino della rampa di scale di marmo bianco. Indossa ancora il cappotto verde e il suo cappello di velluto marrone. In quegli occhi persi nel vuoto c’è lo specchio dell’ultima tragedia che ha sconvolto Torre Annunziata. «Ho perso la testa, ho sbagliato. Ero stanco di come trattava mia sorella e me», ripete in lacrime davanti ai carabinieri. Quell’uomo è un ex professore del liceo classico, ha ottantuno anni. Un uomo al di sopra di ogni sospetto che ieri pomeriggio è diventato un assassino. E’ successo alle 14 circa. L’istante esatto nel quale Pellegrino Reibaldi ha ucciso la sua badante ucraina di sessantasette anni nel suo appartamento, al decimo piano del civico 97 di via Gambardella. Ha sparato 4 colpi con la sua pistola regolarmente detenuta. Proiettili che hanno raggiunto al petto la vittima, Maria Baran. Per la donna non c’è stato scampo. Il professore, come lo chiamavano tutti nel quartiere, viveva con sua sorella, anziana e allettata da tempo. Non voleva lasciarla sola ma per aiutarla aveva deciso, da qualche mese, di assumere una badante. Una donna che giorno e notte si sarebbe dovuta dedicare alla donna bisognosa di cure. E proprio attorno alla figura della sorella dell’ottantunenne che ruoterebbe il movente della tragedia. Secondo quanto raccontato dall’ex docente alle forze dell’ordine subito dopo l’arrivo dei carabinieri, il raptus di follia sarebbe nato proprio a causa di alcune “mancanze” attribuite dall’assassino alla badante. La donna, sostiene l’ottantunenne, non si sarebbe occupata dell’anziana. Da qui una lunga serie di litigi e scontri tra la sessantasettenne e il professore. Fino a ieri. Alle due del pomeriggio l’omicidio. La vittima si trova in cucina, davanti al lavello. Sta finendo di lavare i piatti appena usati per il pranzo. Ribaldi entra nella stanza, i due discutono. I toni s’infiammano. Il pensionato perde le staffe. Va in camera da letto. Prende la pistola Beretta che tiene nascosta nel cassetto già con il colpo in canna. Un’arma che detiene per uso sportivo, nonostante la sua età. L’uomo torna in cucina. Non dice una parola. Punta l’arma e inizia a sparare. Uno, due, tre quattro colpi. Tutti a segno. La sessantasettenne cade sul pavimento scuro immersa in una pozza di sangue che avvolge il suo vestito a strisce grigie. Quando forze dell’ordine e 118 arrivano sul posto la badante è già morta. Ad avvertirli sono stati i vicini, insospettiti dalle grida e dal rumore dei colpi esplosi dall’ottantunenne. L’uomo non scappa, resta in casa, davanti al cadavere della vittima. I carabinieri bussano alla sua porta. Reibaldi non oppone resistenza, confessa. E al Procuratore Nunzio Fragaliasso racconta la sua versione dei fatti. Intorno alle sedici viene portato fuori dal palazzo in una selva di grida e insulti che arrivano dalle persone assiepate ai bordi della strada. E’ in stato di fermo per il reato di omicidio volontario. «Ho perso la testa, scusatemi», ripete nel tragitto che da casa porta alla caserma dei carabinieri. Nelle prossime ore l’udienza di convalida del fermo. In serata l’anziano è stato condotto in carcere.

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