Il sistema dei Gionta, i vitalizi ai padrini finanziati con i soldi del pizzo ai commercianti

Ciro Formisano,  

Il sistema dei Gionta, i vitalizi ai padrini finanziati con i soldi del pizzo ai commercianti

Fino a 2500 euro al mese per boss e figure di vertice del clan. Un vero e proprio vitalizio che decine di camorristi di rango avrebbero percepito per oltre 20 anni. Stipendi che la cosca paga grazie ai soldi delle estorsioni, il grande business che da quasi mezzo secolo tiene in vita una delle più potenti e spietate famiglie criminali della provincia di Napoli: i Gionta. E’ uno dei tanti retroscena che emergono dall’ultima indagine che ha decapitato la cupola dei Valentini. L’inchiesta condotta dai carabinieri e dall’Antimafia è sfociata in un’ordinanza cautelare eseguita a carico di 19 persone, gran parte delle quali ritenute organiche al clan. Dalle pagine di quel provvedimento emerge, secondo i pm, la volontà dei Gionta di rialzare la testa dopo gli arresti e le condanne che hanno decimato l’esercito della cosca. Un clan che però resta sempre nelle mani degli stessi padrini. Al punto che tra gli indagati c’è anche Valentino Gionta, il boss fondatore dell’organizzazione. Capoclan quasi tutti detenuti al carcere duro che però dal 41-bis avrebbero mosso i fili dell’organizzazione, ricevendo un vitalizio dalla camorra per decenni. Un modo per riconoscere il ruolo apicale rivestito nella cupola del clan. Un dettaglio raccontato, in questi anni, anche dai collaboratori di giustizia un tempo vicini alla cosca di Torre Annunziata. Gente come Aniello Nasto, il soldato pentito che ha aiutato gli inquirenti a ricostruire, dal basso, la piramide di comando della cosca, svelando gerarchie, ruoli, retroscena. Nei suoi racconti, finiti agli atti di quest’ultima indagine, Nasto parla anche dei vitalizi. Era lui, infatti, a occuparsi spesso della consegna degli stipendi, “le mesate” come li chiamano gli affiliati. Tra i destinatari dello stipendio, fino a un paio d’anni fa (quando è stato scarcerato) c’era anche Giuseppe Carpentieri, alias “pinuccio”, il marito di Teresa Gionta e di fatto l’erede al trono scelto dal clan per guidare la nuova cupola di Palazzo Fienga. «Caprentieri Giuseppe è il genero di Valentino Gionta – racconta il collaboratore di giustizia – avendone sposato la figlia. Anche da detenuto ha continuato a percepire una mesata di duemila e cinquecento euro che viene consegnata a sua suocera. Il suo stipendio era superiore agli altri perché si tratta del genero del capoclan Valentino Gionta». Stesso stipendio che il clan, durante la sua detenzione, avrebbe riconosciuto, dicono sempre i pentiti, anche a Teresa Gionta. Ed è proprio il sistema di sostentamento del clan uno dei grandi temi sui quali rimarcano l’attenzione gli inquirenti. La capacità della camorra di pagare gli stipendi agli affilati, infatti, è indicativa di due elementi: la forza economica della cosca e la sempre più pressante morsa estorsiva esercitata dal clan sui commercianti del territorio. E proprio a causa del racket sarebbe esplosa la guerra tra i Gionta e il Quarto Sistema, la nuova organizzazione criminale che voleva spodestare i Valentini nel monopolio degli affari illeciti in città.

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