Il killer ergastolano di Boscotrecase si opera di tumore: per lo Stato è un latitante

Pasquale Malvone,  

Il killer ergastolano di Boscotrecase si opera di tumore: per lo Stato è un latitante

Per il magistrato di sorveglianza è un latitante in fuga. In realtà, Aniello Falanga, sessantaduenne in regime di semilibertà da 7 anni, si trova nella sua casa di Boscotrecase in convalescenza dopo essere stato sottoposto a un’operazione chirurgica per l’asportazione di un tumore. Una vicenda che il suo avvocato, Aldo De Paola, definisce «kafkiana». Per scoprire chi sia stato Aniello Falanga, basta aprire gli archivi di cronaca giudiziaria. Falanga, negli anni ‘80, è stato un affiliato di spicco del clan Alfieri. Nel 1994 Falanga viene condannato definitivamente all’ergastolo con l’accusa di associazione mafiosa e triplice omicidio. Ha partecipato, in prima persona, alla guerra tra la Nuova Famiglia e la Nco di Raffaele Cutolo. Dopo 15 anni di reclusione, capisce che «l’orgoglio malavitoso che ho difeso fino all’ultimo istante è stata solo ignoranza». E così si autoaccusa degli omicidi che gli erano stati addebitati, anche se, come ci tiene a sottolineare «non sarò mai un pentito». Si gioca la sua chance per assaporare di nuovo la libertà. E ci riesce. Si diploma in carcere e si iscrive anche all’università ma ci ritorna qualche anno più tardi nelle vesti di coordinatore della cooperativa che gestisce la manutenzione del verde. Negli ultimi sette anni, durante i quali gira l’Italia, presenzia a convegni e incontri dove racconta le sue vicissitudini e il suo parziale riscatto proprio grazie agli strumenti di riabilitazione e rieducazione del sistema carcerario. «Io posso essere solo una testimonianza, ma non potrò mai essere un esempio, perché nella mia vita ho sbagliato e tanto». Ma il destino gli riserva ancora un’altra sfida. Scopre di essere affetto da un tumore in stadio avanzato che richiede un intervento chirurgico. Nel frattempo, ottiene una licenza premio fino al 31 dicembre (cosi come previsto dall’emergenza Covid) con obbligo di dimora a Roma, ma viene autorizzato dal magistrato di sorveglianza, a tornare a Boscotrecase e sottoporsi al delicato intervento presso il Pascale di Napoli. Nei giorni previsti per il ricovero, la nipotina che vive nella stessa casa risulta positiva al tampone Covid e di conseguenza la Asl lo obbliga a rispettare il periodo di quarantena domiciliare. «Abbiamo inviato tutte le certificazioni ai carabinieri della stazione di Trecase – precisa l’avvocato – dove si attestano che i sopraggiunti impedimenti esterni alla sua volontà». Nel frattempo, dopo che tutti i tamponi sono risultati negativi, viene finalmente convocato per l’operazione. Dopo qualche giorno di ricovero, torna nella abitazione dove inizia un periodo di riabilitazione e si sottopone a radioterapia e chemio. Ma il magistrato incalza: il detenuto deve tornare a Roma, senza se e senza ma, e nonostante le comunicazioni del suo legale, il 4 dicembre, ultimo giorno di permesso, viene denunciato per evasione. Il tutto gli viene notificato nella sua abitazione dagli stessi carabinieri. Falanga diventa così un «latitante a sua insaputa», così come lo definisce Gabriella Stramaccioni, la garante dei tenuti di Roma, in quanto l’operazione è avvenuta in un giorno diverso da quello programmato e lo stesso Falanga si sarebbe rifiutato di tornare in carcere con l’autoambulanza. «Non è arrivata nessuna autoambulanza a prenderlo – ha precisato l’avvocato De Paola – e quindi non c’è stato nessun rifiuto da parte del mio assistito. Falanga è più preoccupato per l’arresto che per la malattia».

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