Tiziano Valle

Castellammare, chiesto il processo per il gotha del clan D’Alessandro

Tiziano Valle,  

Castellammare, chiesto il processo per il gotha del clan D’Alessandro

Castellammare. Un’inchiesta durata quasi quattro anni (tra il 2011 e il 2015), la prima che ha svelato veramente come il clan D’Alessandro si fosse riorganizzato dopo gli arresti eccellenti seguiti all’omicidio Tommasino e soprattutto ha ricostruito il ruolo delle donne di Scanzano, pronte a fare da ponte con i mariti in carcere e a guidare i figli alla guida dell’organizzazione criminale. Gli avvisi di conclusione delle indagini per l’inchiesta Cerbero sono arrivati solo nella primavera del 2022, ma adesso l’Antimafia vuole il processo per tutti gli indagati, 35 in tutto, di cui la stragrande maggioranza a piede libero. La richiesta è già stata inviata ai giudici del Tribunale di Napoli, l’autunno sul fronte giudiziario, per il gotha della camorra stabiese, si aprirà con l’udienza preliminare che sarà fissata subito dopo il rientro dalle vacanze estive. Nella lista degli indagati eccellenti spiccano i nomi di eredi e nuove leve del clan. A cominciare da Michele D’Alessandro (classe 1978), figlio del boss Luigi. Il nipote omonimo del padrino fondatore del clan avrebbe raccolto – sostiene l’Antimafia – lo scettro del comando di Scanzano, arrivando a impartire le direttive agli affiliati e curando i rapporti con i boss di altre cosche, come i Di Martino di Gragnano. Per la Dda un ruolo predominante in quel periodo lo aveva anche suo nipote, Michele D’Alessandro (classe 1992), ritenuto esponente delle nuove leve della cosca. Sotto di loro – per le accuse – una piramide che vede in prima linea le donne del clan e in particolare le mogli dei fondatori della cosca, Teresa Martone (vedova del padrino Michele D’Alessandro) e Annunziata Napodano, moglie di Luigi D’Alessandro, il super boss oggi libero dopo quasi 30 anni di carcere. Donne che gestivano la cassa dell’organizzazione criminale e non disdegnavano di dare ordini agli affiliati. E ancora Antonio Rossetti, detto ‘o guappone e Nino Spagnuolo, “capa storta”, l’ex inafferrabile boss di Gragnano, Antonio Di Martino, Rossano Apicella e i pentiti Valentino Marrazzo e Pasquale Rapicano, che con le loro rivelazioni hanno consentito alla Direzione Distrettuale Antimafia di fare luce sugli affari della cosca di Scanzano. Tutti chiamati a difendersi oggi dall’inchiesta che potrebbe sfociare nell’ultimo maxi-processo alla camorra stabiese. Le accuse vanno dallo spaccio di droga al racket passando per l’associazione per delinquere di stampo mafioso. E sullo sfondo si stagliano anche i presunti intrecci pericolosi tra la camorra e la politica. Una camorra spietata e feroce che da 50 anni affoga nel sangue e nella paura i sogni della città. Non a caso l’inchiesta si chiama “Cerbero”, nella mitologia greca uno dei guardiani dell’inferno. E l’inferno Castellammare lo ha vissuto davvero per anni, stritolata dalle estorsioni e dal “sistema” ritratto dall’ennesima indagine sugli affari del clan.​ Tra i 30 capi d’imputazione e tra i tanti nomi “noti” alle cronache giudiziarie, spunta la figura di Augusto Bellarosa. Secondo l’Antimafia – dal 2011 al 2015 – avrebbe fatto parte del clan D’Alessandro con un ruolo importante. Si sarebbe occupato di guidare Michele D’Alessandro (classe 1992) occupandosi, si legge nel capo d’imputazione, «dell’ingerenza del sodalizio criminale nel settore degli appalti pubblici», arrivando a interloquire «a nome dei D’Alessandro» con «gli esponenti politici di riferimento».

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